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CHIESA dell’ANNUNZIATA
Sino agli an ni ’60 era fuori delle mura di cinta, in mezzo agli ulivi, in contrada Conella, proprietà della famiglia De Stefani.
Veniva aperta una volta all’anno, nella ricorrenza dell’Annunciazione alla Vergine Maria, salvo che il 25 marzo non venisse a cadere nel periodo di Quaresima. In tale ricorrenza con grande partecipazione di popolo, la Madonna, in processione, scendeva, dal paese e dopo la celebrazione della Santa Messa veniva riaccompagnata alla Chiesa della Congrega da dove era uscita. Ricordiamo che in tale ricorrenza con i rametti di un arbusto che cresceva intorno alla Chiesetta facevamo per devozione – strani, ma preconizzanti abbinamenti della pietà religiosa del popolo! – ” i cruciddhi “ , le crocette.
A partire dagli anni ’70, poichè  la Chiesa necessitava di essere riparata, la pia usanza della processione del 25 marzo fu interrotta. 
Con lo sviluppo edilizio la Chiesetta venne a trovarsi all’interno delle mura cittadine. Si pose, quindi il problema della sua restaurazione e riqualificazione, tanto più che il nuovo rione che andava e  andò sviluppandosi intorno ad essa era sprovvisto di luoghi di culto. Però, trattandosi di una Chiesetta sulla quale la Diocesi non aveva alcuna giurisdizione,  era prima da risolvere la questione giuridica per la cui soluzione i proprietari si dimostrarono più che disponibili a cedere il fabbricato alle autorità religiose.
E, quindi, se la parte nuova della cittadina dispone di un “Luogo di Culto” lo si deve alla  sensibilità della famiglia De Stefani che ha ceduto l’Annunziata alla Diocesi, insieme all’ampio spazio circostante, senza pretendere corrispettivo di sorta, o accampare alcun privilegio.  
I lavori di restauro all’interno della Chiesetta e di sistemazione dell’area antistante sono stati eseguiti dalla Ditta Concolino di Tiriolo su progettazione di un team di tecnici locali, il Geometra Orazio Mardente, l’Ingegnere Filippo De Stefani e l’Architetto Francesco Migliazza. Per quanto riguarda la parte finanziaria si è fatto fronte, oltre alla lodevole e munifica partecipazione alle spese da parte della famiglia Ciriaco-De Stefani, con contributi della Regione Calabria e con i fondi che la Parrocchia è stata in grado di mettere a disposizione.
La Chiesetta è stata riaperta al culto e consacrata dall’Arcivescovo Mons. Antonio Ciliberti, assistito dai Parroci Don Antonio Ranieri e Don Orazio Galati, nella  ricorrenza di Santa Lucia, il 13 Dicembre 2009.
Dalla” Lista di Carico” redatta all’indomani del terremoto del 1783 si rileva che in epoca anteriore al predetto sisma al posto dell’attuale sorgeva un’altra Chiesetta.
Era una” Cappella “ con proprie rendite in denaro da fondi rustici e da censi perpetui e bullali e il cui corpo edilizio era costituito dalla stessa Chiesetta con annessa una celletta per il Romito, l’eremita.
Cappella dell’Annunciata
Rendita in danaro da Fondi
1) Orto
Detto fondo è sito in territorio di Girifalco. Confina da ponente D. Domenico de Stefano, da Tramontana la Castagnarella e da Levante e Scirocco da strada pubblica. Contiene tomolata mezza di terreno. Vi esistono ulivi mal ridotti piedi n° 8 e un piede di gelso bianco. Fu valutato da Periti per ducati 15 in proprietà e per grana 75 in annua rendita. Nel disimpegno si dice affittato per il 1784 per grana sessanta.
Dato in carico al conduttore per annui grana 30.
Da Censi perpetui
1-Tommaso Saraceno per censo perpetuo…paga in ciascun mese di agosto grana 85.
Da Censi bullali
1 – Domenico Catalano, e per esso Domenico Migliazza per capitale di ducati cinque e grana 50
di Notar Vito Cimino del 1747
paga in ciascun mese di agosto il censo bullale di grana 33.
2 – Er. di Giuseppe Antonio Rosanò per capitale di ducati 10, come per istrumento di Notar Cimino del 1753 pagano ut supra grana 60.
3 – …per capitale di ducati 25 paga ut supra …15.
4 – Francesco Vonella e per esso Angela Iozzo e Giuseppe Maldente per capitale di ducati 5 e grana  cinquanta pagano ut supra grana 30.
5 – Andrea Tolone e per esso vedova di Antonio Trifari, sopra la vigna delli Scriselli per capitale    di  ducati 5 paga ut supra grana 30.
6 – Andrea del Fusco di Nicola per capitale di ducati 21 paga ut supra ducati uno e grana 23.
7 – Giovanni Stranieri e per esso Tommaso Verro per capitale di ducati 7 paga ut supra grana 42.
8 – Rocco Catalano e per esso Rocco Cimino per capitale di ducati 5 paga ut supra grana 30.
9 – Più lo stesso per altro capitale di ducati due paga ut supra grana 12.
10 – Er. di Rocco Migliaccio per capitale di ducati…paga ut supra grana 33.
11 – Giuseppe Maldente per capitale di ducati…paga ut supra grana 33.
II ° da Fabriche
“La detta Chiesa dell’Annunciata nella descrizione de’ Luoghi pii di Girifalco fatta da D. Gaetano “Cannatelli per ordine della Giunta così descrive:
” Chiesa dell’Annunciata
“Questa Chiesa è diruta da’ fondamenti.Distante dall’abitato senza materiale ed è lunga palmi 26, e larga 15 palmi…con una celletta anche diruta, che stava il Romito di palmi 15 in quattro.
Si evince, quindi, che l’ Annunziata, come Luogo Sacro, esista da epoca remota e l’originario fabbricato sia crollato durante uno dei movimenti tellurici antecedenti a quello dell’800, che arrecò incommensurabili danni alla Calabria con innumerevoli vittime ; e, che per lungo periodo non si sia posta mano perchè venisse riedificata. Il Cannatelli, infatti, la descrive “diruta da fondamenti… …senza materiali“.
Quello dei materiali da costruzione all’indomani del sisma del 1783 costituiva un problema non indifferente. Le autorità del tempo, per favorire la ricostruzione del patrimonio edilizio privato, disposero che molti e molti Luoghi di Culto – chiese, monasteri, conventi – non venissero ricostruiti. E’ impensabile che i materiali dell’Annunziata siano stati adoperati per la ricostruzione di edifici privati. Una presunta celerità con la quale si sarebbe proceduto alla ricostruzione delle abitazioni distrutte dal terremoto sarebbe in contrasto con le condizioni economiche delle popolazioni calabresi dell’epoca, post-terremoto.
In quanto ai materiali dei quali il Cannatelli rilevò l’assenza è da tenere presente che l’originaria Chiesetta era di piccole dimensioni e che l’intemperie abbiano fatto la loro parte, oltre all’uso improprio che di essi si sia potuto fare.
Ancora. Della Chiesetta dell’Annunciata non si trova menzione a nessun titolo nel verbale che l’Arciprete Bova redasse all’indomani del terremoto del 1783.
Sic stantibus rebus non è tanto peregrina la nostra convinzione seconda la quale l’Annunziata, come Luogo Sacro, esiste ab antico, da epoca remota, antecedente al sisma del 1783.
L’attuale struttura edilizia a quale epoca risale? A definirne i tempi di ri/costruzione ci viene in soccorso il millesimo impresso sulla campana secondo il quale la Chiesetta dell’Annunziata è stata ri/costruita nel XIX secolo. E a proposito, ritenendo di fare cosa gradita ai nostri visitatori, riportiamo la descrizione della campana dell’Annunziata così come l’abbiamo letta in un servizio apparso su PagineBianche a firma di Luigi Abbruzzo.
“Campana A: diametro della bocca 35,5 cm; altezza 31,5; nota di intonazione Sol#; finemente decorata: In alto all’esterno si legge “A.D. 1875 “; in basso è inciso il Sacro Cuore. Sul lato interno si legge PROVENZANO DI CORTALE ( la fonderia ) .”
All’interno della Chiesetta si ammira un bel quadro, olio su tela. Raffigura il soggetto dell’Annunciazione a Maria. Bellissimi, suggestivi, espressivi i chiaroscuri! Non è firmato, ma lo si attribuisce, per analogia, a Carmelo Zimatore ( 1850-1933 ). Il pittore di Pizzo Calabro affrescò le sale del Palazzo della famiglia De Stefani, già proprietaria della Chiesetta, e niente di più facile che i De Stefani gli abbiano commissionato il quadro dell’Annunciazione per l’omonima chiesetta.
Nel corso dell’anno (2011) sono state offerte alla Chiesa due Statue, l’una della Madonna di Lourdes, l’altra di San Domenico. Si tratta di due ex voto. La Madonnina, una fedele copia della statua della Grotta di Massabielle, è arrivata direttamente da Lourdes, commissionata da alcune devote – la Sig.na Pasqualina Stranieri e le Sigg.re Costanza Catuogno e Caterina Tommaselli – recatesi in pellegrinaggio nella Città d’Oltralpe. La Sacra Statuetta ha fatto il Suo ingresso nell’Annunziata in tempo ad accompagnare i fedeli nella pia pratica del Mese Mariano.
La Statua di San Domenico, invece, è stata offerta da un gruppo di devoti che portano il Suo nome. La benedizione della Sacra Immagine è avvenuta nella ricorrenza della festività del Santo, l’8 agosto, durante la “Celebrazione Eucaristica” concelebrata dai R.R.mi Parroci, Don Antonio Ranieri e Don Orazio Galati, e da Don Fabio Salerno che tenne l’Omelia di circostanza, in una Chiesa traboccante di fedeli.
La Chiesetta sul finire del 2012 si è impreziosita di altre…..gemme devozionali. Sono le immagini sacre di San Rocco e di Santa Illuminata.
L’una, quella del Santo Patrono del paese, una statua lignea offerta dallo scultore Carlo Marinaro fu Bruno, è stata benedetta il 28 Novembre dal Parroco Rev. Don Orazio Galati, l’altra, una pittura ad olio su legno di abete, offerta da una devota che porta il nome della Santa di Todi, Illuminata Stranieri, è stata benedetta il 29 Dicembre dal Parroco Rev. Don Antonio Ranieri.
Particolare significato ha avuto la donazione del quadro raffigurante Santa Illuminata. Infatti, nonostante da data immemorabile fosse presente nell’onomastica locale, della Santa Tudertina non si aveva alcuna notizia biografica tanto meno alcun riferimento iconografico.
A cerimonia conclusa ai presenti sono stati consegnati depliants contenenti notizie biografiche della Santa di Todi raccolte dalla devota che ha offerto il quadro.
Documenti consultati
Lista di Carico (Cassa Sacra) – Archivio di Stato di Catanzaro;
Pagine Bianche Anno IV N° 6 (Giugno 2000 pag.17);
Verbale redatto dall’Arc. Bova all’indomani del sisma del 1783 ( Archivio Parrocchiale di Girifalco).

 

La famiglia Longo tra Girifalco e San Giovanni in Fiore

(Artisti e Patrioti)

 

Nel Presbiterio della Chiesa Parrocchiale Santa Maria delle Nevi di Girifalco, appeso ad una parete, vi è un bel quadro che attira l’attenzione dei visitatori. Si tratta di una pittura, olio su tela, che rappresenta il tradizionale gruppo iconografico della Madonna del Rosario, cioè la Vergine con in braccio il Bambinello Gesù fra San Domenico e Santa Caterina. L’opera pittorica, che porta la data del 1869 ed è a firma di Raffaele Longo, a giudizio espresso da persona che fu esperta in materia, il compianto prof. Domenico Cefaly, è di buona fattura e in quanto ad esecuzione ricalca i canoni di scuola anteriore a quella dell’epoca dell’autore.

 

Chi era Raffaele Longo? Della famiglia Longo si rinviene traccia a Girifalco sino al primo decennio del secolo scorso. A quanto è stato tramandato ed abbiamo rinvenuto nelle cronache del tempo, i Longo erano una famiglia di abili artigiani che avevano il senso dell’arte, del gusto e campavano delle attivite più o meno attinenti all’arte del dipingere. I Longo erano, infatti, pittori e paratori. In quanto ai paratori nell’Archivio Parrocchiale di Jacurso – annotazione ad futuram memoria apposta sul Registro dei Battezzati nell’anno 1876 – è fatta menzione di Michele Longo, figlio di Raffaele, per il grave incidente in cui lo stesso era incorso mentre con festoni e paramenti allestiva la Chiesa per i festeggiamenti in onore del Santo Patrono e per il cui intervento – si gridò!- il paratore  ebbe salva la vita. I Longo furono una famiglia di patrioti che si interessarono ai Moti del Risorgimento Italiano e che aderirono alla Società Segreta ” Gioventù Italiana e Fratellanza” costituita a Girifalco. Di Raffaele Longo fa menzione Gustavo Valente nel suo Dizionario dei Luoghi della Calabria. Ancora. Francesco Longo nel 1848 prese parte al (fallito) “Campo di Filadelfia” subendone in seguito le  conseguenze di un duro processo che il governo borbonico intentò a tutti coloro che avevano preso parte al movimento di sommossa (E. Bruni Zadra – Memorie di Un Borbonico). All’oggi nell’onomastica di Girifalco non viene fatta menzione di alcun nucleo di famiglia che porti questo cognome. Però, anche se scomparsa  dall’onomastica di Girifalco la famiglia Longo è presente in quella  di San Giovanni in Fiore, dove si sistemò una sua ramificazione. Da ricerche promosse sia nell’Archivio di Girifalco, sia in quello di San Giovanni in Fiore – cogliamo ancora una volta l’occasione di ringraziare il Sig. Domenico Laratta dello Stato Civile della cittadina silana – risulta che tale Vincenzo Longo, anch’egli pittore, figlio di Raffaele, trasferitosi a San Giovanni in Fiore il 15 novembre 1905 contrasse matrimonio con Rosaria Garofalo. I Longo originari di Girifalco continuarono nell’esercizio delle attività artistiche tanto  che a San Giovanni in Fiore vengono individuati con più facilità se nomati i pitturi.  

 ( Pubblicato su ” Il CORRIERE DELLA SILA ” n° 4 – 5 Aprile dell’anno 2011)

Nel ricordo di Minicuzza Sergi   un pezzo di storia del nostro Paese!

” Consolatevi, o miei cari, lascio un mondo di dolore

per un Regno di Pace!”

 

” E’ morta Minicuzza Sergi”, fu il triste passaparola che il 22 maggio 2011 si diffuse per il paese!

Al diffondersi della notizia, la pietà e la commozione furono unanimi.

La Signorina Domenica Sergi, meglio conosciuta con il diminutivo Minicuzza, in paese era da tutti conosciuta per la sua dolorosa vicenda umana.

Era una grande invalida per fatti inerenti alla Seconda Guerra Mondiale. Con la guerra guerreggiata non aveva e non ebbe nulla da spartire.All’epoca degli avvenimenti era un’ adolescente che al pari delle coetanee sognava il suo avvenire, non certo quello che la sorte le aveva serbato! Ma la macchina della guerra si spostò per andarle incontro!

La vicenda di Minicuzza rappresenta un pezzo della storia di Girifalco nel contesto di quel triste periodo in cui venne a trovarsi il nostro Paese, l’Italia! E ciò che capitò a Minicuzza sarebbe potuto accadere a ciascuno di noi che da giovani, o giovanissimi abbiamo vissuto quelle tristi giornate d’inizio settembre 1943!                                                  

La Sicilia era ormai perduta, l’esercito tedesco, superato lo Stretto di Messina, risaliva la Penisola per attestarsi lungo la Linea Gotica e, ove possibile, evitava le litoranee e optava per percorsi alternativi ed interni nel vano tentativo di sfuggire all’Aviazione degli Alleati, Inglesi e Statunitensi, che dal cielo gli dava la caccia. La tratta interna con capisaldi  al bivio di Squillace, a Girifalco, a Borgia e a S.Floro, fu uno dei tanti percorsi alternativi. Era anzi un itinerario preordinato. Su una pietra miliare all’inizio dell’abitato di fronte all’ex O.P.P. vi era scritto Falke, il nome tedescheggiante di Girifalco. Inoltre, sulle mappe in possesso dei tedeschi risultava realizzata, bella e fatta, la strada che da San Floro ora porta sulla “Due Mari”. La colonna tedesca, infatti, puntava su San Floro, ma  raggiunta la piazza del piccolo centro fu costretta a ritornare indietro e ripiegare verso Catanzaro Lido. L’annuncio che a Cassibile, in Sicilia, l’Italia aveva chiesto ed ottenuto l’armistizio, fu motivo di grande euforia per noi giovanissimi di allora. Le privazioni, i duri disagi a cui lo stato di guerra ci aveva sottoposti, non ci facevano vedere oltre il nostro naso, non ci consentivano in quel momento di prendere coscienza delle problematiche che di lì a poco sarebbero sorte, così come in definitiva sorsero!

Eravamo una frotta di monelli vispi e vivaci che ci rincorrevamo per il Piano, Piazza Umberto I°, andavamo su e giù per la scala del Municipio, quando proveniente dalla direzione di Amaroni sopraggiunse un gruppo di motociclisti tedeschi e noi a correre incontro gridando a squarciagola: Pace! Pace! Pace!

Fu il provvidenziale intervento di un signore che redarguendoci severamente ci gridò: Smettetela! Lasciateli in pace!, e gli uscì dalla bocca al nostro indirizzo un epiteto irripetibile! L’indomani, 9 Settembre 1943, perchè inseguiti dall’Aviazione Alleata alcuni blindati sostano al Piano. Gli aerei che davano loro la caccia sorvolavano il paese in attesa che gli automezzi tedeschi uscissero dall’abitato per attaccarli.

Si muovono i blindati e appena fuori paese, in contrada Bufalello, al Cuore di Gesù, sono fatti segno ad un incessante mitragliamento aereo e per sottrarsi alla vista degli aerei si riparano all’ombra della  grande quercia che ivi sorgeva e sotto lo stesso albero, su sollecitazione degli stessi militari, si ripara un gruppo di girifalcesi che a quell’ora si stavano recando in campagna.Non vi fu scampo per nessuno, dei tedeschi non ci fu mai  dato di  sapere quali furono le  perdite, i nostri concittadini, invece,  persero tutti  la vita:

-         Melina Paola, era nata l’8.8.1896;

-         Procopio Concetta, era nata il 20. 2. 1930;

-         Procopio Elisabetta, era nata il 2.2.1925;

-         Tolone Elisabetta, era nata l’8. 7. 1908;

-         Tolone Maria Rosa, era nata il 5.1. 1923.

Il perito legale che redasse i relativi certificati di morte ne imputò la causa ” in seguito a mitragliamento e spezzonamento da parte di aerei nemici.”

Ma a terra un corpicino, pur colpito in modo grave, dava ancora segni di vita! I militari tedeschi in quella occasione compirono un alto e più che civile atto di umanità. Raccolto il bimbo, un automezzo blindato fece ritorno in paese, raggiunse l’ex O.P.P. (Ospedale Psichiatrico Provinciale), scese un soldato con in braccio il piccolo ferito che consegnò al portiere del Nosocomio, al tempo il Sig. Rocco Palaia.

Il bambino, che rispondeva a Vonella Francesco di Rocco e di Tolone Elisabetta, una delle “cadute” al Cuore di Gesù, e che era nato a Girifalco il 26/04/1942, per le cure appropriate che le sue condizioni richiedevano, fu trasferito all’ospedale civile di Catanzaro dove, purtroppo, cessò di vivere il 26/10/1943.

Incredibile dictu!, non a dirsi, ma, diremmo, incredibile a crederci!

Quel militare era un medico, il dott. Bruch/Bruk che, molti anni dopo, saltò dalla sedia quando rilevò che il paziente che stava visitando era originario di Girifalco, Catalano Pietro Antonio emigrato in Svizzera a Bullen. 

Intanto dal paese, perchè ormai nessuno si sente al sicuro in casa, si esce a lava e vi si dirige ognuno verso le contrade di campagna. Lungo il Battendieri, mentre intenti a guadagnarci zone il più possibile remote e ritenute più sicure, siamo scossi da grossi boati, da assordanti deflagrazioni provenienti dalla zona sottostante al Manicomio, dal fiume Jidari.

I Tedeschi avevano abbandonato sul ponte di Jidari un blindato con a bordo tutta la dotazione del materiale esplosivo, non si capì mai se l’automezzo fosse stato abbandonato perchè in panne, o lasciato a bella posta sul ponte per ostruire il passaggio ad eventuali inseguitori.La curiosità fu grande ed irresponsabile.La temerarietà degli adulti fu di sprone alla curiosità dei giovani.

Era un cimelio di guerra e come tale meritava tutte le attenzioni del caso. Ed ecco a saltarvi sopra per esplorarlo, scoprirlo, conoscerlo nei suoi particolari: la torretta, l’abitacolo, il posto di comando o di guida, gli spioncini.

Mani inesperte, ma smaniose di rinvenire…non si sa cosa, frugano insieme a mani ingenue, ma desiose di esplorare. Il pericolo, anzi la morte per qualcuno, è in agguato!

Gli ordigni non si lasciano dominare ed ecco gli scoppi, le esplosioni si susseguono! Ed in tale contesto Minicuzza riporta gravi ferite ad una gamba che le causeranno l’amputazione dell’arto.

Atroce fine fece Vittorio Nigri, un ragazzo dodicenne figlio del custode dell’Agenzia dell’ex SEC (Società Elettrica della Calabria) di Girifalco. Gli amici, i compagni di gioco gli avevamo appioppato l’affettuoso epiteto“rondinella”, nella corsa sembrava che volasse, era irraggiungibile.

Un ordigno scoppia e Vittorio, venia per il termine forte e crudo!,…si dissolve!

Mani più che pietose ebbero il triste e doloroso compito di comporre, di raccogliere ciò che di Vittorio era rimasto!

Un soldino rinvenutogli nella tasca dei pantaloncini fu assunto a prova dai periti legali nella procedura di riconoscimento dei miseri resti. Glielo aveva regalato Don Ciccio Palaia, come lo stesso Arciprete ebbe a confermare nell’indirizzo di saluto che pronunciò a conclusione delle esequie, avendo Vittorio nella mattinata svolto le mansioni di chierichetto alla celebrazione di un funerale.

E Minicuzza? Minicuzza accolse la sua croce, è il caso di dire!, con cristiana rassegnazione. Infatti tutte le volte che la si incontrava, malgrado il suo stato, si mostrava con il volto sereno e pronto al sorriso! Fu una donna di carattere, forte! Non si piegò alle avversità della vita!

Non fu mamma, ma per Teresa e Maria da mamma fu chiamata a comportarsi allorchè rimasero orfane dei loro genitori!

Che le sofferenze patite quaggiù siano state per Minicuzza il viatico per una vita migliore!

Da queste colonne a tutti i famigliari le nostre sentite condoglianze ed i nostri sentimenti di solidarietà.     

  

 

                           

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Ringraziamo il personale degli Uffici di Anagrafe e di Stato Civile del Comune di Girifalco, per le notizie forniteci.

 

ASSOCIAZIONE di VOLONTARIATO ONLUS

 Dr Rocco Giampà

 E’ stata costituita a Girifalco l’ Associazione di Volontariato ONLUS “Dr Rocco Giampà” . L’Onlus è nata nell’ambito dell’assistenza socio-sanitaria con precipue finalità mirate all’ informazione e formazione sulla salute mentale, sull’uso o abuso di sostanze stupefacenti e alcoliche. Il neo organismo di volontariato si avvarrà di figure professionali quali psicologi, educatori, psicoterapeuti e psichiatri, tecnici della riabilitazione psichiatrica e assistenti sociali.

 La cerimonia inaugurale ha avuto luogo il 25 dello scorso mese di febbraio nel “Complesso Monumentale” , un tempo sede dell’ex OPP (Ospedale Psichiatrico Provinciale) alla presenza di un pubblico scelto e attento. Erano presenti, infatti, assistenti sociali, psichiatri, educatori e personale paramedico, nonchè rappresentanti di organismi ed istituzioni molto sensibili alle problematiche sociali, il comandante della Compagnia dei Carabinieri, Vitantonio Sisto, il Rag. Rocco Chiriano, tesoriere nazionale dell’AVIS, e il Dott. Ferdinando Cosco, direttore amministrativo dell’ASP.

 

L’Associazione ha avuto il suo battesimo in una cornice unanimamente ritenuta di buono auspicio per il futuro dell’Associazione stessa. Vi era, infatti, un tavolo di Presidenza, diciamo, molto autorevole per i componenti che vi sedevano, dei quali alcuni – il Prof. Don Antonio Ranieri Parroco di Girifalco e docente al Pontificio Seminario Regionale di  Catanzaro, il Prof. Don Oraldo Paleologo docente di Lettere in rappresentanza del Prof. Luigi Macrì Dirigente Scolastico dell’Istituto d’Istruzione Superiore “E. Maiorana” di Girifalco, il Dott. Salvatore Ritrovato Responsabile del Centro di Salute Mentale di Girifalco e Montepaone, il Dott. Francesco Corasaniti Psichiatra – impegnati in una quotidiana e peculiare missione socio-educativa e in attività di prevenzione e di assistenza, altri – il Dott. Peppino Ruperto Presidente del Consiglio Provinciale di Catanzaro, l’Avv. Vincenzo Attisani Assessore Provinciale, il Dott. Gerardo Mancuso Commissario Straordinario ASP CZ -  chiamati a svolgere importanti ruoli ai vari livelli istituzionali, oltre al Presidente dell’Associaciazione Massimiliano Cossari, Educatore Professionale, e a Giuseppe Passafaro, Giornalista di Calabria Ora, che fungeva da moderatore.

 

Durante la serata, dopo la presentazione del neo-organismo di volontariato fatta dal Presidente Cossari e l’intervento del Dott. S. Ritrovato che a grandi, ma efficaci linee ha tracciato la figura del Dr Rocco Giampà a cui è intestata l’Associazione, si è registrata una serie di relazioni il cui unico filo conduttore è stato “Il Disagio Giovanile Oggi” trattato nei suoi molteplici aspetti dai relatori che si sono avvicendati. E’ appena il caso di dire che dai relatori, ciascuno per l’ambito di sua competenza, è stata evidenziata la funzione che sono chiamate a svolgere ciascuna delle istituzioni tradizionali – famiglia, Chiesa e Scuola – sia nella fase di prevenzione, sia in quella di approccio ai fenomeni di malessere sociale.

L’“Onlus Dr Rocco Giampà” è in sintonia con la tradizione, la storia della cittadina che dal 1881 alla Riforma Basaglia fu sede di  uno dei più importanti Ospedali Psichiatrici del Mezzogiorno d’Italia la cui giurisdizione si estendeva alle Isole del Dodecanneso nell’Egeo. Ricordiamo la sibillina frase con la quale nel famoso libro rosso che conteneva la Proposta di Riforma della Sanità in Calabria, risalente agli anni ’80, Girifalco – forse per le sue strutture, ma noi aggiungiamo per la  sensibilità dei suoi cittadini – fu definito il paese più manicomiabile d’Italia!

La neonata Associazione opererà per progetti per la cui realizzazione è naturale che siano da trovarsi i finanziamenti. Al momento è da prendere nota con soddisfazione degli impegni assunti dai rappresentanti dell’Amministrazione Provinciale che si sono dichiarati disponibili a far sì che l’Ente che rappresentano sia in modo concreto vicina ai bisogni dell’Associazione.

L’intestazione che i fondatori dell’Associazione hanno inteso dare alla loro organizzazione di volontariato è in perfetta concordanza con le finalità dell’Associazione stessa.  E’ da intendersi, pure, un riconoscente omaggio alla memoria di una persona, il Dr Rocco Giampà, che nella sua quarantennale attività professionale di sanitario profuse con slancio le sue doti di intelligenza, di bontà e di squisita premura nei confronti di una umanità sofferente e disagiata, quale quella degli ammalati di mente.

Senza avere la presunzione di essere esaustivi in ciò che andremo ad esporre osiamo  tracciare alcune sue note biogratiche.
Il Dott. Giampà ebbe un curriculum vitae, riferito al corso degli studi e all’attività professionale svolta, di tutto rispetto. Presso la Regia Università di Napoli il 28 maggio del 1941 conseguì con il massimo dei voti e la lode la Laurea in Medicina e Chirurgia. Il neo dottore, però, non pago del solo Diploma di Laurea continuò negli studi e nel tempo conseguì, sempre con il massimo dei voti, due importanti specializzazioni, in Pediatria, l’01.07.1943 presso l’Università di Bologna, e, il 26.11.1963 presso l’Università di Modena, in Malattie Nervose e Mentali. Dal 1951 al 1981 fece parte del Corpo Sanitario dell’ex O.P.P. di Girifalco in un primo tempo da Assistente in seguito da Primario. Il Dottore Giampà amava lo studio e la sua professione alle cui problematiche si dedicava con impegno e condensava le sue ricerche in pubblicazioni, alcune delle quali sono rinvenibili nella Biblioteca Comunale di Girifalco, nel fondo relativo alla Biblioteca dell’ex OPP.

Come Pediatra prestò servizio da consulente nei Consultori di molti comuni della provincia di Catanzaro ( Gasperina, Montauro, Palermiti, Squillace e Stalettì) e nella qualità di specialista in Malattie Nervose e Mentali  prestò servizio negli Ambulatori dell’ex INAM a Crotone e Vibo Valentia. Per oltre un ventennio, dal 1981 al 2004, la Clinica San Vincenzo di Catanzaro si avvalse delle sue prestazioni di consulente psichiatra. Andato in pensione, in riconoscimento delle benemerenze acquisite nel pianeta sanità l’Ordine Provinciale dei Medici lo insignì della Medaglia d’Oro.’

Il Dottore Giampà fu di ingegno versatile. Gli intensi impegni professionali non gli impedirono di coltivare nel tempo libero hobby con i  quali diede prova di vocazione artistica e di gusto raffinato. Don Rocco Giampà – vogliamo nomarlo per un momento così come a Lui affettuosamente e rispettosamente spesso ci rivolgevamo – dipingeva, suonava il violino, la chitarra, il pianoforte e possedendo la vena poetica componeva poesie. Era una persona amabile e nello stesso tempo brillante. Amava molto la sua terra, Girifalco, con la sua gente e le sue tradizioni tanto è che non intese mai allontanarsene e ne fissò nei suoi versi e nei suoi colori gli angoli più caratteristici. Durante la serata inaugurale da una ragazza è stata letta una sua applauditissima ode, La Cannaletta, il lavatoio e la fontana pubblica dei tempi passati.

Nel porre fine a queste brevi note il nostro augurio di buon lavoro all’Associazione, nel senso che abbia da svolgere solamente ed esclusivamente attività di prevenzione, e nello stesso tempo ai suoi fondatori il nostro plauso per averla intestata al Dr Rocco Giampà!

Ricordiamo Don Rocco Scicchitano

Il prete dal dolce sorriso

E’ morto Don Rocco Scicchitano” , fu l’improvvisa notizia che domenica 6 marzo corse  per il paese!  Ad amici, conoscenti ed estimatori giunse del tutto inaspettata.

Da tempo, si seppe in seguito, versava in cattive condizioni di salute, uno di quei mali che affliggono il  nostro secolo, giorno dopo giorno,  ne minava inesorabilmente la fibra vitale. Se ne è andato, ci sia passato il termine!, in punta di piedi, così come visse secondo il suo modus vivendi all’insegna della…discrezione, della riservatezza! Abbiamo conosciuto, infatti, un uomo socievole, aperto al dialogo, ma soprattutto per nulla invadente!

E Don Rocco, da uomo di Chiesa e che nel suo lungo ministero a tanti e tanti fu di conforto, del suo grave stato di salute,  non ne fece un dramma, l’accolse con cristiana rassegnazione e nell’intimità dei suoi cari salì il suo calvario accettando ed offrendo a Dio le sofferenze vedendo in esse il viatico per una vita migliore!

Anche se svolse altrove il suo ministero sacerdotale, godette sempre della stima e simpatia del paese. Con Girifalco, che lo vide nascere, crescere, che gioì della sua  elevazione all’Ordine Presbiteriale e che, avendo invano desiderato di annoverarlo fra i suoi pastori spirituali, con nostalgia lo vide andare là dove Madre Chiesa lo  chiamò, Don Rocco – con il paese natale, la sua Girifalco – mantenne sempre rapporti di figlio affettuoso.E non mancava occasione, fosse lieta o non, che in paese  non si fosse notata la sua presenza. Don Rocco correva a Girifalco non solo perchè chiamato dagli affetti di famiglia, ma anche per condividere, da paesano fra  paesani, ogni evento che interessasse la sua comunità di origine.Ci sia consentita una notazione autobiografica. Abbiamo impressa nella mente la sua dolce visione  quando felice e contento nell’agosto del 1983 accorse a ricevere insieme a Don Ciccio Palaia e Don Peppino Palaia gli inviati del Sindaco e del Vescovo di  Montpellier invitati ai festeggiamenti in onore del nostro Santo Patrono! Ci è presente ancora quel suo atteggiamento di piacevole approvazione per l’iniziativa  assunta per instaurare rapporti con la Città natale di San Rocco e i nostri  occhi ogni volta che si incrociavano  brillavano di gioia!

Don Rocco esercitava un certo fascino, le sue presenze venivano notate con compiacimento e venivano sottolineate con “ c’era pure Don Rocco! ” E il suo  fascino forse in dipendenza di quel suo aspetto bonario, accattivante, aperto, pronto al sorriso, rassicurante e che apriva i cuori e nello stesso tempo incuteva  qualcosa di riverenziale. E sentiamo quanta sia appropriata, facendola nostra, la definizione che di Lui  i suoi parrocchiani hanno dato, Don Rocco Scicchitano,  il prete dal dolce sorriso!

Don Rocco, novello sacerdote, ebbe affidata la “cura” di una comunità ecclesiale in formazione, la Parrocchia di Sant’Anna di Catanzaro Lido. Era tutto da costruire, da realizzare, da avviare. Nella stessa Chiesa si respirava ancora il fresco odore della malta! E sì, la Chiesa di Sant’Anna era stata da poco terminata ed i parrocchiani si interrogavano sul sacerdote che il Vescovo avrebbe mandato. E Don Rocco non li deluse, prova ne sia che per oltre un quarantennio svolse in mezzo a loro il suo ministero.Il rione “Fortuna” di CZ Lido è una zona periferica e come tutte le periferie aveva le sue problematiche, scarsità o assenza di servizi sociali, di punti d’incontro per i giovani ecc. E Don Rocco non si perse d’animo e con la preziosa collaborazione dei suoi parrocchiani si adoprò perchè la nascente comunità ecclesiale di Sanrt’Anna di Catanzaro Lido si mettesse in cammino e andasse avanti.

A margine di queste modeste note non possiamo non rimandare l’occasionale visitatore del nostro “Sito” a www. Catanzaroinfoma.it nel cui servizio a firma di Franco Riga è mirabilmente tracciata, con penna toccante, l’attività pastorale svolta da Don Rocco durante il suo quarantennale ministero  presso la Comunità Ecclesiale di Sant’Anna di Catanzaro Lido.

Da queste colonne ai fratelli, il Rag. Luigi e l’Ing. Generoso con le rispettive famiglie, ai parenti tutti esprimiamo i nostri sentimenti di solidarietà e porgiamo le nostre sentite condoglianze  rassicurandoli che del loro caro congiunto serbiamo un bel ricordo e che sarà presente nelle nostre preghiere.

Istituita una borsa di studio in memoria del dott. Pietro Defilippo*

Abbiamo appreso con piacere che per  onorare la memoria del  dott. Pietro Defilippo gli eredi – i figli Rosanna, Enzo e Michele – hanno istituito una borsa di studio da assegnare annualmente ad un giovane studente diplomato dell’Istituto Medio Superiore “E. Maiorana” di Girifalco.

Pietro Defilippo, farmacista e per decenni Sindaco di Girifalco, non poteva essere ricordato alla gioventù studiosa con iniziativa migliore!

Il farmacista Defilippo per quanto riguarda il pianeta istruzione/cultura fu un cittadino benemerito di Girifalco!

Iniziò la sua attività politico/amministrativa nel novembre del 1960 quando fu eletto per la prima volta Sindaco di Girifalco.All’epoca si era in pieno svolgimento della campagna contro l’analfabetismo. Per combattere la piaga sociale che affliggeva in modo particolare le popolazioni del Mezzogiorno d’Italia occorreva che le autorità scolastiche e quelle locali operassero in sinergia e ciascuna nel campo di sua competenza si assumesse gli obblighi, gli oneri di conseguenza. E Pietro Defilippo dimostrò la più ampia disponibilità in modo che l’Ente Locale che rappresentava fosse, ove occorresse, di supporto alla scuola. Da parte del Sindaco Defilippo non vi fu mai un lesinare di mezzi, di risorse che fossero destinati a soddisfare la domanda di scuole…d’istruzione che in modo insistente veniva dalla società sia che si riferisse all’educazione popolare rivolta agli adulti, sia all’espansione scolastica che all’epoca era molto pressante e allo stesso tempo problematica per l’inadeguatezza delle strutture esistenti.  Il Sindaco Defilippo dimostrò particolare attenzione verso il settore scolastico. E sotto la sua gestione sorsero l’ex Istituto d’Avviamento Professionale, l’IPSIA, il Liceo Scientico; fu potenziata l’edilizia scolastica e furono, infatti, costruiti gli edifici della Scuola Media, dell’IPSIA e gli edifici scolastici nelle contrade rurali.

Di Pietro Defilippo è appena il caso di fare, ancora, una notazione biografica. Nella fase istitutiva del soppresso Istituto d’Avviamento Professionale, sorto fra tante difficoltà d’ordine soprattutto finanziario, Pietro Defilippo perchè l’Istituto decollasse con più facilità, si rese disponibile a fare parte del team dei professori quale insegnante di materie scientifiche, ma sistematicamente mese dopo mese devolveva a favore della Cassa Scolastica le spettanze che gli competevano quale docente dell’Istituto!

Per quanto ci riguarda non esitiamo a definire il farmacista Defilippo un mecenate!

Per quanti e quanti giovani studenti si prodigò con interventi vari sia che si fossero rivolti direttamente a lui, sia che fosse venuto a conoscenza in modo indiretto delle loro problematiche!

Da queste colonne va il nostro plauso ai fratelli De Filippo per la nobile e significativa iniziativa che hanno assunto in ricordo del loro genitore. 

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* Per saperne di più vai alla sezione "Non dimentichiamo".               

FESTA DEGLI ALBERI – Anno Scol.co 1957 /1958

 

La celebrazione della “Festa degli Alberi” ebbe luogo il 21 marzo al limitare di Piazza della Repubblica, nei pressi dove ora sorge il Cinema Ariston.

Come si rileva dallle immagini i colleghi mi diedero l’incarico d’illustrare agli alunni il significato della cerimonia.   

                                                                                                                  

 

 

 

1861 – 17 MARZO – 2011

 

150° ANNIVERSARIO dell’UNITA’ D’ITALIA

 

                      

17 MARZO – 2011 – FESTA NAZIONALE

 

 

Decreto-Legge 22 febbraio 2011, n. 5

 

Decreto-Legge 22 febbraio 2011, n. 5

(in GU 23 febbraio 2011, n. 44)

Disposizioni per la festa nazionale del 17 marzo 2011. (11G0045)

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;

Visto l’articolo 7-bis del decreto-legge 30 aprile 2010, n. 64, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 giugno 2010, n. 100, che ha dichiarato festa nazionale il giorno 17 marzo 2011, ricorrenza del 150° anniversario della proclamazione dell’Unita’ d’Italia;

Ritenuta la straordinaria necessita’ ed urgenza di assicurare la dovuta solennita’ e la massima partecipazione dei cittadini dichiarando il 17 marzo 2011 giorno festivo a tutti gli effetti civili, senza peraltro che ne derivino nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e a carico delle imprese private;

Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 18 febbraio 2011;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri della difesa e dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca;

EMANA

il seguente decreto-legge:

Art. 1

1. Limitatamente all’anno 2011, il giorno 17 marzo e’ considerato giorno festivo ai sensi degli articoli 2 e 4 della legge 27 maggio 1949, n. 260.

2. Al fine di evitare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e delle imprese private, derivanti da quanto disposto nel comma 1, per il solo anno 2011 gli effetti economici e gli istituti giuridici e contrattuali previsti per la festivita’ soppressa del 4 novembre non si applicano a tale ricorrenza ma, in sostituzione, alla festa nazionale per il 150° anniversario dell’Unita’ d’Italia proclamata per il 17 marzo 2011.

3. Dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

Art. 2

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sara’ presentato alle Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma, addi’ 22 febbraio 2011

NAPOLITANO

Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri

La Russa, Ministro della difesa

Gelmini, Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca

Visto, il Guardasigilli: Alfano

 

ECHI del RISORGIMENTO ITALIANO

a GIRIFALCO(CZ)

 

Ripromettendoci di tornare sull’argomento ci scusiamo con i visitatori del “Sito” dello schematismo che caratterizza la nostra esposizione storica.

 

 

P R O C E S S I

Riportiamo i “PROCESSI” in cui risultano implicati patrioti girifalcesi. La documentazione è stata tratta da “G. Boca, CONTRIBUTO della CALABRIA al RISORGIMENTO ITALIANO” in seguito a gentile assenso della figlia dell’Autore, dott.essa Maris.

 

   

 

PROCESSO A CARICO DI:

 

Giuseppe Autelitano di Bonaventura di anni 45, nativo di Squillace notaio in Girifalco accusato di:

1)      associazione illecita col vincolo di segreto sotto la denominazione di “Gioventù Italica e Fratellanza”organizzata per coospirare contro la sicurezza interna dello Stato per proclamare la repubblica;

2)      provocazione di reati contro lo Stato con discorsi tenuti in luogo pubblico  all’oggetto di distruggere e cambiare il Governo;

3)      reiterazione di due misfatti.

FATTI

 

Nel 1848 veniva istituita a Girifalco una società segreta sotto la denominazione di ” Gioventù Italica e Fratellanza “, ad opera di D. Francesco Magno Oliverio e D. Francesco Pristipini. Nei primi tempi si erano iscritti circa un centinaio, ma in seguito questo numero salì a circa 600 e tra gli iscritti vi era l’imputato Autelitano.

Per parteciparvi, si giurava davanti a un Crocifisso, toccando la punta di una spada. Si prometteva protezione e si coospirava contro lo Stato, col fine di distruggere e cambiare il Governo.Molti testimoni lo deposero e tra cui: Giuseppe Rosanò, Giuseppe Vaiti, Saverio Cristofaro, Rocco Romeo, D. Carlo Migliaccio, Rocco Sergi, Vincenzo Fragola ed altri.

LA GRAN CORTE

 

ha condannato Giuseppe Autelitano alla pena di 19 anni di ferri, alla multa di ducati 500, alla malleveria di ducati 100 per i successivi anni 3 ed alle spese di giudizio.

Fatto a Catanzaro il 2 gennaio 1851.

 

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PROCESSO A CARICO DI:

 

Pasquale Cristofaro fu Nicola soldato da Girifalco

accusato di:

discorsi tenuti in luogo pubblico nel fine di spargere il malcontento contro il Governo.

 

FATTO

Pasquale Cristofaro prestava servizio al I° Reggimento di linea 2° battaglione 8^ compagnia  a Napoli. Recatosi da Napoli a Girifalco in permesso, incontrò a Cortale un certo Domenico Torchia, che gli domandò del figlio. Il Cristofaro disse di conoscerlo ed anzi gli aveva portato una lettera: Si intrattennero così a parlare e fu invitato a pranzo dal detto Torchia: Pubblicamente disse che era inutile sperare il congedo, perchè dovevano andare a Roma a combattere, che forse non sarebbe ritornato dalla guerra, che il Papa se fosse stato vero Papa non doveva volere guerre e spargimento di sangue.

LA GRAN CORTE

 

ha condannato Pasquale Cristofaro alla pena di 7 mesi di prigionia, alla malleveria di ducati 100 per 3 anni ed alle spese di giudizio.

Fatto a Catanzaro il 9 aprile 1851.

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 PROCESSO A CARICO DI:

1)…

10) Francesco Pristipini fu Francesco Antonio proprietario nativo di Catanzaro domiciliato in Girifalco

11) Michele Vonella di Giuseppe da Girifalco

12) Giuseppe D’Onofrio fu Vincenzo da Girifalco

13) Gregorio Cimino da Girifalco

accusati di:

1) Francesco Pristipini …Giuseppe D’Onofrio:

associazione illecita sotto la denominazione di “SOCIETA’ SEGRETA” organizzata per coospirare contro la sicurezza interna dello Stato al fine di distruggere e cambiare il governo;

2) …Cimino, D’Onofrio e Vonella : infrazione e deformazione di statue e stemmi reali commessi per solo disprezzo e per servire al fine più criminoso di attentare alla sicurezza interna dello Stato per distruggere e cambiare il governo;

4) …Cimino, D’Onofrio , Vonella:

attentati contro la sicurezza dello Stato.

8)…Pristipini, D’Onofrio:

aver fatto parte di bande armate organizzate allo scopo di distruggere e cambiare il Governo e per resistere alle milizie spedite dal Re per comprimere la ribellione;

…12) Francesco Pristipini:

aver costretto il cancelliere comunale di Girifalco Damiani a non fare atti dipendenti dal suo ufficio;

14) Tutti:

“reiterazione di più misfatti.”

FATTI

Il veleno pestifero serpeggiava nelle Calabrie prima degli avvenimenti politici dell’anno 1848. Il motto d’ordine settario sotto il titolo di “Gioventù Italiana” veniva diffuso per ogni dove da emissari perturbatori dell’ordine pubblico quale D. Domenico Arciprete Angherà di Potenzoni, dimorante in Catanzaro, nella cui abitazione riuniva i più influenti cospiratori di ogni classe, allo scopo di cambiare la forma di governo e sovvertire l’ordine pubblico.Il di lui nipote Francesco Angherà sergente, era strumento abilissimo per disseminare idee avverse alla monarchia e come emissario dello zio arciprete percorreva questa provincia e comunicava i deliberati della setta, infiammando gli animi alla ribellione.Molti degli imputati furono da loro indotti a commettere i reati suddetti, ed a rendersi promotori della rivolta: Era questo il principio della setta evangelicanella quale prendeva parte attiva Ignazio Donato e Pristipini.

I principi della setta erano i seguenti:

1)      Scopo politico: la costituzione da riformarsi sopra basi democratiche;

2)      Scopo civile: le riunioni in parola che prendono nome di Società evangelica, si dichiara consorella, unisona, cooperante con la istallata sala Nazionale e con la Calabria patria che si sta organizzando;

3)      essa offre i suoi servigi al Paese, pronta ad accorrere con le sue persone a qualunque chiamata dell’autorità democratica;

4)      le sue riunioni, benchè precluse al pubblico, non hanno che i cennati principi ed Angherà e Donato li garentiscono al Paese.

Gli individui che in essa si ammettono, stabiliscono prima lo scrutinio ecc.

Principale opera della società era quella di ispirare amor patrio ed avversione verso il governo Borbone.

” Ai soldati calabresi che trovansi in Napoli nel fatale giorno 15 maggio 1848:

” Se in voi tanto mal distinti con l’onorevole nome di soldati rimane ancora senso d’onore e patrio sentimento, tirate un velo di obbrobbrio sulla prostituta vostra fronte; sulla vostra fronte, non sulla vostra bandiera, perchè bandiera voi più non avete, come non avete più Patria. Infrangendo i giuramenti prestati, che ambo voi le tradiste nel giorno 15 maggio, allorchè la vostra perfida mano sparse il sangue fraterno ed aggredì armata la inviolabile e sacra nazional rappresentanza, onta eterna ricuopra il soldato spergiuro che accomunò il suo braccio al mercenario straniero nella turpe opera di opprimere la patria libertà.Credevate voi forse di combattere a fianco dei figli di questa eroica e…difesero i propri diritti contro l’austriaco oppressore ed il temerario Borgognone? No; v’infiammaste ; son essi assai da quelli diversi, figli degeneri di generosa libera terra; sono vili venduti anima e sangue all’oro della tirannide, dimentichi della dignità dell’uomo si sforzano ad emulare gli istinti bruti di stupido mastino addentando l’innocente preda che efferrato padrone gli addita.

E questi voi seguiste nel combattere i prodi che le patrie fanchigie sostenevano; e questi seguiste nella strage d’inermi, di ragazzi e di deboli donne! Questi voi seguiste negli incendi e nel saccheggio, informe prezzo di sangue! Onta, onta eterna di predoni! Voi non siete più calabresi, voi non appartenete all’Italia, emulatori di Caino e di Giuda il loro destino vi è sopra e la giustizia divina vi giungerà. I traditori della Patria, la maledizione di essa e quella dei vostri padri, delle vostre madri, dei vostri parenti e dei cittadini tutti, ricada sul vostro capo proscritto: sì, proscritto poichè da quel giorno di sempre infame memoria, voi non avete più patria, non avete congiunti, per voi si è chiusa la porta di quel tetto ospitale che benefico accolse i vostri primi vagiti…Pure se un deplorabile errore, se un momentaneo accecamento vi spinse, se sedotti ma non corrotti voi assisteste cooperatori a quella scena di orrore, pentitevi, siete ancora in tempo, quantunque offesi, quantunque ancora indignati, le braccia dei vostri fratelli sono ancora aperte per voi. Un amoroso compatimento, un generoso perdono, un virtuoso oblìo del passato vi attende, ove voi rientrati in voi stessi, siete decisi a ritornare soldati cittadini, a ripararvi sotto il patrio stendardo, a lavare col sangue quando le patrie sorti il richiedono, quella marca di ignominia che il mal sparso sangue vi impresse…Ma se il vostro cuore indurito, se palpita di turpe gioia al luccicare dell’oro compratore all’infame anima vostra, allora la maledizione della vostra Patria piombi sopra di voi con l’intero suo peso e l’ira di Dio vendicatrice dello spergiuro, del parricidio, turbi perenne la vostra irrequieta e raminga e vituperata esistenza.

” Decidetevi: il giorno 15 maggio diede un termine alle ambagie, alle mene tortuose, ai tenebrosi raggiri; svelò alla fine gli arcani politici che da 4 mesi hanno pesato sui nostri destini.Ogni risolutezza ora diviene criminosa; se volete mostratevi veri figli della Patria, rapidi accorrete al suo appello: le file dei vostri fratelli si apriranno per voi.Se poi seguir volete ad ascrivervi fra suoi nemici, servite pure da vili strumenti ai carnefici suoi.

” A voi la sollecita irretrabile scelta. 

“Catanzaro 24 maggio 1848 _ Comitato di Salute Pubblica della Calabria Ulteriore Seconda”.

Detto Comitato emise inoltre dei bullettini con i quali dettò ai vai Comuni disposizioni sulla Costituzione di Comitati Comunali e su norme da osservare . Ecco in succinto qualche deliberatio:

“Bullettino N. 1 in data 4 giugno 1848″: si è occupato della diffusione di vari principali oggetti deliberando che ogni distretto doveva spedire uno o due individui per essere rappresentato; che i principi fondamentali del Comitato consistevano nel mantenimento dell’ordine pubblico; che la Guardia Nazionale di Nicastro doveva trasportare in Catanzaro 7 pezzi di cannone esistenti in Gizzeria e Capo Suvero; di costituire i Comitati circondariali e comunali; ecc.;

” Bullettino N. 2 in data 5 giugno “: disposizioni di ordini militari.

Tra i molti altri bullettini e documenti emessi dal suddetto comitato, c’è stata una lettera diretta ai Monteleonesi del tenor seguente:

” Cittadini e fratelli,

” Voi primi a sentire fra i Calabresi la somma dei mali che una mano di ferro vorrebbe far gravitare sull’infelice vostra patria;voi ai quali toccò la dura sorte di dover prestare ospite tetto ai fratricidi soldati; voi abbiatevi i voti benevoli e le simpatie di tutti i Calabresi vostri fratelli.Una forza superiore alla quale non era certamente in voi il potere di opporvi, ha occupato le vostre mura siate certi che ognuno ha reso e rende giustizia ai vostri onorati e patrii sentimenti. Tutti i buoni calabresi deplorano nel fondo del cuore la dolorosa non meritata vostra posizione; tutti anelano il momento di potervelo rivelare: Monteleonesi, costanti durate, da generosi agite, da virtuosi sperate: l’occhio affettuoso dei vostri fratelli non sa dipartirsi da voi;forse non è lontana l’ora felicee desiata cotanto di poterci riabbracciare fortunati all’ombra della costituzionale libertà. Monteleonesi, riscuotetevi e siate pronti; il braccio dei vostri fratelli è per voi.

“Catanzaro 19 giugno 1848″.

…………………………………………………………………………………………………………………………………………….

“Catanzaro 20 giugno 1848, Bullettino N. 6:

“Con staffetta giunta ieri sera spedita dal Conte Ricciardi è stato partecipato il fausto avvenimento del seguito sbarco in Paola di una colonna di nostri fratelli di Sicilia che accompagnati da vari pezzi di artiglieria, animosi vengono in nostro soccorso…

“Una staffetta giunta dal campo di Curinga informa che in un legno ancorato nel mare di Pizzo vi erano 30 barili di polvere;( il legno giaceva poco discosto dal Pizzoe precisamente nei pressi di S. Venere ed aveva il nome di Bove) detto legno doveva muovere per Scilla. La notte del 13 al 14 giugno fu assalito da uina squadra di 18 Guardie Nazionali condotte dal prode cittadino D. Pasquale Musolino che, disarmata la ciurma, si impadronirono di N. 5 fucili e di 25 barili di polvere non potendone contenere più il piccolo scafo su cui eransi imbarcati:

“…I nostri prodi guadagnarono il campo in Curinga, seco recando la polvere in barili 25 e i cinque fucili”.

Molti altri documenti furono sequestrati o contestati agli accusati in oggetto. 

LA GRAN CORTE

 

ha pertanto condannato:

…Francesco Pristipini, Giuseppe D’Onofrio alla pena di anni 25 di ferri;

…Michele Vonella e Gregorio Cimino ad 1 anno di prigionia;

….Pristipini, D’Onofrio alla malleveria di ducati 500 per i successivi anni 3;

Cimino, Vonella e…alla malleveria di ducati 100 per i successivi anni 3:

tutti alle spese di giudizio.

Fatto a Catanzaro il 15 maggio 1851.

 

 

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PROCESSO A CARICO DI:

 

Luigi Signorelli di Giuseppe di Girifalco

accusato di:

1)      attentati contro la sicurezza interna dello Stato al reo fine di proclamare la repubblica;

2)      infrazione di stemma Reale situato in luogo pubblico con approvazione del Governo per solo disprezzo;

3)      altri reati comuni.

LA GRAN CORTE

 

ha condannato Luigi Signorelli alla pena di anni 8 di ferri e alla malleveria di ducati 100 per i successivi anni 3 ed alle spese di giudizio.

Fatto a Catanzaro il 4 giugno 1851.

 

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PROCESSO A CARICO DI:

 

Nicola Arone fu Salvatore da S. Caterina domiciliato a Girifalco accusato di:

1)      associazione illecita con vincolo di segreto sotto il titolo di “Gioventù Italiana e Fratellanza” organizzata per coospirare contro la sicurezza interna dello Stato e proclamare la Repubblica;

2)       attentato contro la sicurezza interna dello Stato con arruolamento in bande armate al fine di distruggere e cambiare il Governo;

3)       reiterazione di due misfatti.

FATTO

Nel mese di febbraio 1848, a premura del defunto D. Francesco Magno Oliverio e di Francesco Pristipini, già giudicato da questa Gran Corte, si formò in Girifalco una Società col vincolo segreto e i membri che la componevano si riunivano alla macchina del Magno Oliverio. Per indurvi i soggetti a farvi parte, promettevano loro protezione, rispetto, divizie, col saccheggio e divisione delle altrui proprietà.

Quella Sociertà segreta non aveva capi o direttori, ma i soli Magno Oliverio e Pristipini la regolavano.Aveva nome di “Gioventù Italica e Fratellanza” e gli iscritti, davanti a un Crocifisso toccando la punta di una spada, giuravano il segreto; colà si trattava sul rovescio del Governo e di saccheggiare le proprietà per dividerle. Il segno convenzionale fra loro era ” lo strofinio nell’occhio destro in tempo di giorno e in tempo di notte di dimandare: ove vai? ” La risposta era ” alla cucina”; l’altro rispondeva ” io vado a mangiare”; la loro chiamata portava il segno” stasera ai fornelli “.

Faceva parte di questa l’accusato Nicola Arone e quella setta perdurò fino alla disfatta di Filadelfia. Si concluse la spedizione di truppe al detto campo sotto il comando del capitano Magno Oliverio, anche per opera dell’Arciprete Angherà che a suo tempo si era recato a Girifalco.

La prima spedizione fu di 50 uomini ed una seconda fu mandata in seguito.

Avvenuta la morte del Magno Oliverio nel campo suddetto 3 giorni prima dell’attacco delle regie truppe, la banda dei rivoltosi fece ritorno in patria comandata da Arone.

Arone si presentò volontariamente e disse di essere stato forzato a partecipare dall’Arciprete Angherà il quale diceva che “avrebbe fatto arte di tutto se non fossero partiti”; di essersi messo al comando di D. Vitaliano De Riso, fratello di D. Francesco ;

di essere ritornato il 23 giugn, 4 giorni prima del combattimento; 

LA GRAN CORTE

condanna:

Nicola Arone alla pena di 25 anni di ferri e alla malleveria di ducati 100 per i successivi anni tre, più le spese di giudizio.

Fatto a Catanzaro il 19 novembre 1852.

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PROCESSO A CARICO DI:

 

1)      Gaspare Autelitano del fu Bonaventura da Girifalco

2)      Salvatore Maccarone fu Pietrantonio, fisico di Girifalco

accusati di:

1)      associazione illecita col vincolo di segreto sotto la denominazione di Gioventù Italica e Fratellanza organizzata per coospirare contro la sicurezza interna dello Stato e proclamare la repubblica;

(solo Autelitano)

2)      di provocazione di reati contro lo Stato con discorsi in luogo pubblico ad oggetto di distruggere e cambiare il governo;

3)      di asportazione di armi vietate senza licenza;

4)      reiterazione di due misfatti.

FATTI

In febbraio del 1848 veniva organizzata in Girifalco una Società con il vincolo di segreto, da D. Francesco Magno Oliverio e da D. Francesco Pristipini. I componenti ammontavano a 100 e successivamente a più centinaia. Si riunivano in tempo di notte nel frantoio del Magno. Gli iscritti dovevano giurare, toccando una spada, davanti un Crocifisso. La Società veniva denominata “Gioventù Italica e Fratellanza”; promettevano protezione “non senza disonorare le famiglie”.Lo scopo era quello di proclamare la repubblica e rovesciare il Governo e comunicavano con segni convenzionali. Magno Oliverio fu ucciso nel campo di Filadelfia dal fratello dell’accusato Autelitano. Il genitore dell’ucciso denunciava la setta asserendo che essendo l’Autelitano Sindaco ed il Maccarone Decurione, invece di curare l’ordine politico, coadiuvavano il trambusto politico.

L’Autelitano inoltre incitava e minacciava i soggetti a partire pei campi dei rivoltosi in Filadelfia dicendo che il rifiuto sarebbe stato punito con l’incendio delle loro case. Circa 50 soggetti partivano ed altri venivano richiesti dall’Autelitano anche per iscritto. I primi partirono sotto il comando di Magno Oliverio che poi venne ucciso, come si è detto.

Gli imputati venivano inoltre incolpati, da Domenico Magno Oliverio, di aver parlato male del Re e di chiamarlo col nome “Marianello”.

Fu contestato all’Autellitano il porto d’armi senza prescritta autorizzazione. Il Maccarone si dichiarava innocente ( vedi processo Arone)

LA GRAN CORTE

 

condanna Gaspare Autelitano alla pena di 7 anni di ferri e ducati 100 ecc. Assolve Salvatore Maccarone.

Fatto a Catanzaro il 6 dicembre 1852.

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SOCIETA’ SEGRETA COSTITUITA DAI PATRIOTI GIRIFALCESI

 

” GIOVENTU’ ITALIANA e FRATELLANZA” i cui componenti si davano convegno nel frantoio di Magno Oliverio sito nell’ex Palazzo Ducale e al frantoio della famiglia Fiore in ctr Castaneto

 

TOPONOMASTICA CITTADINA

 

 

Corso Giuseppe Garibaldi

Piazza Risorgimento

Piazza Vittorio Emanuele

Via F.lli Bandiera

Via F.lli Cairoli

Via Cavour

Via Nazario Sauro

Via Enrico Toti

Via Trento e Trieste

 

Elenco dei Girifalcesi che presero parte ai ” MOTI del RISORGIMENTO ITALIANO”

 

Amato Filippo, Arone Nicola, Autelitano Francesco, Autelitano Gaspare, Autelitano Giuseppe, Basile Pietrantonio, Bellino Saverio, Bonelli don Raffaele, Bonelli Saverio, Buffa Giuseppe, Calabretta don Giambattista, Catalano Filippo, Catalano Francesco, Catalano Giuseppe, Ciampa Domenico, Ciampa Francesco, Ciampa Giuseppe,  Cimino Antonio, Cimino Domenico, Cimino Felice, Cimino don Francesco, Cimino Gregorio, Cimino Michele, Cimino Rocco, Cimino don Vincenzo, Cimino Vito, Conte Saverio, Cristofaro Cesare, Cristofaro Cesare, Cristofaro Pasquale, Cristofaro Saverio, Cristofaro-Bellino Saverio, Cristofaro-Catizzone Luigi, Defilippo Giovanni, Defilippo Pietrantonio, De Stefano Giuseppe, De Stefano Vincenzo, D’Onofrio Giuseppe, D’Onofrio Saverio, Ferragina don Pasquale, Ferraina Domenico, Ferraina Tommaso, Ferraina-Polipo Gregorio, Ferraina-Polipo Rocco, Ferraro don Tommaso, Fodero Saverio, Fragola Vito, Gangale Salvatore,  Giglio Baldassarre, Giglio Domenico, Giglio Francesco, Giglio Giuseppe, Giglio Vincenzo, Greco Crisostomo, Iacopino Vito, Jozzi Domenico, Jozzi Francesco Maria, Jozzi Giuseppe, Loiarro Paolo, Loiarro Vincenzo Longo Raffaele, Lo Prete Bruno, Luca Michele, Maccarrone Francesco, Maccarrone Giuseppe, Maccarrone Luigi, Maccarrone Salvatore, Oliverio Magno, Marinaro Francesco, Marinaro Giovanni, Marinaro Michele, Marinaro Raffaele, Marinaro Rocco, Marra don Gennaro, Marra Raffaele, Mazza Annibale, Migliaccio don Domenico, Migliazza Tommaso, Milino Giovanni, Misdea Pietrantonio, Palaia Rocco, Pititto Salvatore, Pititto Salvatore, Pristipini Francesco, Procopio Paolo, Procopio Saverio, Quaresima Annibale, Quaresima Saverio, Riccello Giovanni, Riccio Giacomo, Riovecchio Vito Carmine, Risone-Piccione Michele, Rizzello Salvatore, Rondinelli Antonio, Rugieri Francesco, Salvia Vitaliano, Saraceno Giovanni, Saraceno Luigi, Scamarcia Raffaele, Scicchitano Felice, Scicchitano Saverio, Scicchitano-Chiodo Luigi, Sergi Salvatore, Sergio Sebastiano, Signorelli Luigi, Signorelli Saverio, Spagnolo Costantino, Spagnolo don Leopoldo, Strumbo Domenico, Tedesco Rocco, Tolone Annibale, Tolone Raffaele, Tolone Saverio,Vaiti Giuseppe, Vaiti Luigi,Vitaliano Emanuele, Vonella Michele, Zaccone Domenico, Zafaro Giuseppe. (centodiciannove )

 

Fonti:

G.Boca,Contributo della Calabria al Risorgimento Italiano, Grafica Reventino Editrice.

Ernesta Bruni Zadra, Memorie Di Un Borbonico, Ed.ABS Reggio Calabria.

G.Valente, Dizionario dei Luoghi della Calabria, Ed. Frama’s Chiaravalle Centrale

 

Giuseppe Vitaliano
Continente Calabria
Storia e antropologia della regione

(alcune nostre riflessioni)

La pubblicistica regionale  si è arricchita di un testo storico-antropologico che riguarda da vicino la nostra regione. Il prof. Giuseppe Vitaliano, per i “Tipi della Casa Editrice di Soveria Mannelli, la Rubbettino, ha dato alle stampe ” Continente CalabriaStoria e antropologia della regione. L’Autore non è nuovo al pubblico e per le pubblicazioni che conta al suo attivo e perchè stimato ed apprezzato docente di Lettere negli Istituti Superiori. Che la pubblicazione di Vitaliano esca dall’usuale…agiografico e che sia un lavoro che suscita nel lettore particolari riflessioni lo si evince a partire dal titolo, “Continente Calabria…”!   

La Calabria è, sì, un continente! Quando parliamo di continente la nostra mente corre alla varietà di climi, di paesaggi, di lingue o di idiomi, di ceppi di popolazioni o di etnie.Circostanze, situazioni, le predette, che ricorrono da sempre nella nostra regione. La divisione amministrativa della Calabria in Ultra, Media e Citeriore rispondeva alla realta socio-fisica della regione. E non è raro, ancora oggi, imbattersi in qualche pietra miliare riferita alla vecchia denominazione Strada interna delle Calabrie. E l’Autore riporta quanto negli anni ’50 un non calabrese, l’ Ispettore scolastico Isnardi, scrisse a proposito dell’orografia calabrese e quanto questa abbia influito sullo sviluppo regionale. Al dis-continuum fisico fa riscontro quello socio-storico. Si rilevano, infatti…” il topos dei cosentini più latini, dei catanzaresi più bizantini, dei reggini più ellenici”.

Differenziazioni, queste, che si sono perpetuate nel tempo sino ai giorni nostri. Mentre nelle altre regioni si rileva unità geo-politica che ruota intorno alla città capoluogo, in Calabria, invece, si hanno tante realtà geo-politiche, guardinghe fra di loro con grave detrimento per lo sviluppo regionale.  Effetto emblematico di tale situazione il carattere itinerante del nostro Ente Regione, la sede della Giunta a Catanzaro, quella del Consiglio Regionale a Reggio Calabria. E questo perchè nessuno dei capoluoghi calabresi nel tempo è assunto a baricentro o, meglio, centro gravitazionale della regione. Lasciamo al lettore le considerazioni circa lo spreco di energie derivante da questa dislocazione dell’Istituto Regionale.E’ vero, sì, che ai vari dominatori che nel tempo si sono avvicendati interessavano Palermo, Napoli e Bari e la Calabria era terra di conquista e di passaggio, ma è altrettanto vero, lo diciamo con amarezza, che la Calabria e con essa i calabresi non sono adusi a fare tesoro delle occasioni propizie. Ci riferiamo allo stesso Istituto Regionale con il quale i calabresi sarebbero dovuti essere gli artefici dei loro destini; ci riferiamo alle Comunità Montane delle quali si sarebbe dovuto fare tesoro……..

Sì, quella della Calabria è una realtà geografica immodificabile, ma i mali della nostra regione vengono esclusivamente dalla sua posizione geografica  e dalla sua conformazione morfologica? A proposito riportiamo quanto all’indomani del terremoto del 1783 Ferdinando Galanti, inviato in Calabria dai governanti di Napoli, scrisse nella sua relazione: ” La Calamità della Calabria è stata tale, e tanto distruttiva, che offre il campo a poter spaziosamente formare un nuovo sistema di cose rispetto ad essa. Bisogna adunque profittare del momento (Sic!) per formare un piano generale del suo ristoramento da eseguirsi di passo in passo. Tre sono i mali grandi della Calabria ulteriore:

1) la prepotenza dei baroni;

2) la soverchia ricchezza delle mani morte;

3) la sporchezza, la miseria, la salvatichezza, la ferocia di quelle  città e di quei popoli.” ( Rosario Villari, Il Sud nella Storia d’Italia, Edizioni Laterza Bari)

Situazioni oggi non ricorrenti. Sintomatico, però, che il Galante abbia addebitato l’arretratezza della regione esclusivamente a motivi socioeconoci.

Vitaliano, invece, va a ritroso nel tempo e conviene che i mali della Calabria iniziarono con i Romani i quali le fecero pagare la fierezza dei suoi Bruzi accaniti sostenitori del generale cartaginese e tra gli ultimi ad abbandonarlo…e condannava questi indominti montanari alla condizione di peregrini dediticii, come a dire schiavi dell’Impero “. Ed ancora Vitaliano: ” Così il Bruzio pagherà la sua fierezza rimanendo isolato e selvaggio, straniero all’Impero, abitato da un gran numero di schiavi …che nella regione consolidarono il latifondo e con esso l’immobilismo e la miseria”. E allora? La nostra Regione è una miniera di risorse che le provengono dalle stesse montagne, dalle sue zone rivierasche e, quindi, dai suoi mari, dai suoi prodotti tipici, dalle sue intelligenze umane costrette ad evadere, ad emigrare. Basterebbe che il popolo calabrese avesse più fiducia in sè stesso, nelle sue possibilità e non attendere che lo sviluppo del suo territorio avvenga per volontà di altri o per decreto.

Emblematico quanto leggiamo, fra l’altro, sulla sovracopertina: “…Il momento è significativo, anche perchè i Fondi Europei destinati alla Calabria per il settennio 2007-20013, rappresentano, a detta di tanti, ” l’ultimo treno” per la crescita della Regione. Occorre, allora, il contributo di tutti per stimolare e sostenere in questa sfida l’azione degli Organi politici.” …………………………………………………..

 

MATTMARK

STORIA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

Una fedele e toccante rievocazione storica di Saverio Basile e Francesco Mazzei

San Giovanni in Fiore, il grosso centro della provincia di Cosenza, noto alle cronache per “Giovacchino da Fiore, il calavrese di spirito profetico dotato” e per i ricercati prodotti del suo artigianato, ha, purtroppo, il suo Giorno della Memoria!

Il 30 agosto, ogni anno, la cittadina silana fa memoria delle tristi giornate di fine agosto e d’inizio settembre di or sono esattamente 45 anni addietro!

Il 30 agosto del 1965 a Mattmark, in Svizzera, sommersi sotto una valanga di ghiaccio perirono centoeotto lavoratori dei quali sette provenienti da San Giovanni in Fiore!

Le strade del progresso sono, sì, impregnate del sudore dei lavoratori !, è, questa, la condizione dell’uomo che deve procurarsi il pane con il sudore della propria fronte, ma non è scritto che debba necessariamente lasciare la pelle sul posto di lavoro!

Ricordiamo che in quei giorni un’ondata di sdegno e di commozione corse per tutto il paese. Delle 108 vittime, infatti, cinquantasei erano lavoratori italiani!

Lo sdegno fu unanime in quanto ciò che era successo a Mattmark era da tempo annunciato, la montagna, come la stampa in quei giorni evidenziava e denunciava, nonostante slittasse, scendesse a valle, chi di dovere si mostro più preoccupato ed attento a che i lavori si concludessero nei tempi prestabiliti che adottare le necessarie misure di sicurezza!

E’ un enorme tributo che i lavoratori spesso pagano per fare la cosa più normale del mondo, lavorare!

Mattmark, con i lavori di costruzione della diga e delle centrali Zermeiggern e Stalden rappresentava un’opportunità di lavoro da non lasciarsela scappare – il lavoro c’era…la paga era buona…la mensa ottima…i capi erano persone umane!-, al momento della sciagura, infatti, vi lavoravano una cinquantina di sangiovannesi.

Ma il nome della cittadina svizzera era destinato ad entrare nel cuore, nella storia di San Giovanni in Fiore in modo così doloroso!

Nel contesto della memoria collettiva della cittadina silana è venuta ora ad inserirsi quale “Libro della Memoria” una pregevole pubblicazione  MATTMARK STORIA DI UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA edita da Pubblisfera. E’ un lavoro fatto a quattro mani. Gli autori, Saverio Basile e Francesco Mazzei, non hanno bisogno della nostra presentazione perchè già noti al grosso del pubblico per il loro impegno nella pubblicistica regionale e non. Basile e Mazzei fanno una rievocazione realistica di quelle tristi giornate. Scorrendo le pagine si respira l’atmosfera grave, di ansia, di spasmodica attesa, di speranze che in quei giorni pesava su San Giovanni in Fiore a cui nel susseguirsi delle notizie toccò porre fine al Sindaco del tempo, Giuseppe Oliverio, con una sconfortante espressione, non ci rimane che piangere!

L’esposizione dei fatti, ci sia consentito il termine, è onomatopeica in quanto si sente, si vede ciò che è scritto, ciò che viene letto! E’ una pubblicazione tutt’altro che celebrativa, per l’occasione, la ricorrenza e niente più! E’ un lavoro documentale perchè documentato dalle testimonianze dirette da chi visse quelle giornate e che per miracolo non lasciò la pelle come toccò in sorte ai  compaesani e compagni di lavoro. Per la cronaca, lo stesso Basile coautore del lavoro fece parte della delegazione ufficiale che in quei giorni si portò a MATTMARK sul luogo della sciagura.

Vi si raccontano storie di toccante umanità: Chi era partito per raggranellare una certa somma per comprarsi una macchina per fare il noleggiatore; chi era partito perchè “…doveva comprare gli arredi per lo studio medico della figlia”; chi era partito – ironia della sorte!- con spirito di obbedienza al proprio genitore, già emigrato in Svizzera, così come avrebbe obbedito al Padre Celeste se invece la sua vocazione ecclesiastica si fosse potuta concretizzare con il bianco saio dei Padri Domenicani.

La pubblicazione di Basile e Mazzei, come abbiamo detto, non si limita alla rievocazione del doloroso avvenimento. Vi sono squarci socio-storici di una cittadina in cui il fenomeno dell’emigrazione con tutte le sue problematiche è stato presente nel passato, ma che purtroppo ” ancora oggi, in pieno Terzo Millennio, il fenomeno dell’emigrazione continua…solo che oggi è cambiato il tipo di valigia, non più di cartone.”

A margine delle nostre note non possiamo sottacere la bella “Presentazione” di Annarosa Macrì. In poco più di due paginette la Macrì con accenti struggenti e stringenti, quasi pieni di rabbia, evidenzia il fenomeno dell’emigrazione in tutta la sua drammaticità. E addita, la Macrì, il lavoro di Basile e Mazzei alla gioventù studiosa perchè non dimentichi le proprie origini, i genitori e, anche se tra le righe, propone a giusta ragione, l’entrata  della pubblicazione nelle Scuole di San Giovanni in Fiore.

” Dovrebbero impararli ad uno ad uno, questi nomi, i ragazzi delle scuole di San Giovanni in Fiore, come una dolente litania civile, per non dimenticare chi sono i loro padri…”

      

Ricordiamo Don Peppino Conte

Nella ricorrenza del Suo ritorno al Padre Celeste, avvenuto il primo del mese di febbraio dello scorso anno 2010, facciamo memoria del caro Don Peppino Conte.

Era un sacerdote di vecchio stampo, di quelli che solo a scorgerli da lontano incutevano ed incutono un timore riverenziale. Alto, dritto e magro, Don Peppino, aveva un incedere solenne e nel rispondere al saluto con quella Sua mano in alto alzata sembrava impartisse la Benedizione!

Da ogni Suo atteggiamento traspariva ieracità, solennità, una tale gravità da ispirare profondo rispetto! E Don Peppino per la Sua pietà religiosa, per la saggezza dei Suoi consigli, per quel senso di fiducia che ispirava e che induceva ad avere stima di Lui, a credere in Lui, per l’attenzione paterna e ferma verso il popolo di Dio si presentava quale una persona carismatica, dotata di tutte le qualità che sono proprie di un Pastore di anime!

Era nato il 28 novembre del 1923 ad Amaroni, la cittadina del catanzarese adagiata sul versante ionico delle Serre fra il verde argenteo degli ulivi. Era il primogenito dei sette figli, quattro maschi e tre femmine, che allietarono papà Cesare e mamma Carmela. Sin da bambino il nostro Don Peppino manifestò la vocazione ecclesiastica. Papà e mamma, appena il loro ragazzo ebbe raggiunta l’età prescritta, accogliendo la volontà del figlioletto quale una privilegiata benedizione di Dio sulla loro famiglia, non esitarono ad assecondarlo e accompagnarlo in Seminario. E sino a quando non ebbe terminato gli studi minori, papà Cesare e mamma Carmela andavano a piedi avanti e indietro da Amaroni a Squillace perchè al loro Peppino nulla dovesse  mancare! 

Dal Seminario di Squillace passò a quello di Reggio Calabria dove continuò gli studi ginnasiali e frequentò il Liceo. A completare la Sua formazione in preparazione al Sacerdozio l’Arcivescovo del tempo, Mons. Giovanni Fiorentini, Lo mandò a Salerno perchè seguisse i Corsi di Teologia che si tenevano nel Pontificio Seminario Regionale di quella città.

Fu ordinato sacerdote il 3 luglio 1949 nella Cattedrale di Squillace e l’11 dello stesso mese, attorniato da una comunità festante, celebrò la Sua Prima Messa nella Chiesa Parrocchiale di Santa Barbara della Sua Amaroni che portò sempre nel cuore ovunque sia andato. Fu incardinato nel Clero della Diocesi di Squillace, non ancora aggregata a quella di Catanzaro, della quale ben presto si manifestò uno dei cardini portanti. Se potessimo usare una espressione…laica diremmo che Don Peppino ebbe un …cursus honorum di tutto rispetto.

Don Peppino ebbe la grazia, il particolare privilegio di espletare un lungo ministero sacerdotale durante il quale profuse tutto sè stesso ovunque la Chiesa Lo abbia chiamato. Noi sentiamo tutta la nostra inadeguatezza ad offrire all’occasionale visitatore del nostro sito un profilo completo di questo uomo di Chiesa che assommò in sè le qualità dell’educatore, del docente, del Parroco e… non solo!

Il novello sacerdote, infatti, anche se per breve tempo viene nominato Parroco di San Giorgio in Squillace, incaricato ad insegnare materie letterarie nel Seminario Diocesano del quale in sequenza diviene economo, vice-rettore ed infine rettore.

E al potenziamento del Seminario Vescovile di Squillace profuse con entusiasmo ogni Sua energia. Le alluvioni del 1951 e del 1953 lo avevano gravemente danneggiato. Don Peppino con l’avallo e il tangibile sostegno dell’Arcivescovo del tempo, Mons. Armando Fares, di cui godette stima e fiducia, si operò perchè al Seminario fosse dato nuovo slancio, rendendolo efficiente con la ristrutturazione dei locali, con la dotazione di attrezzatura varia rispondente alle esigenze dei giovani utenti.

Durante il Suo rettorato il Seminario si aprì all’esterno. Don Peppino, infatti, promosse iniziative tali da rendere il Pio Istituto presente nella quotidianità delle comunità della Diocesi:

“La Giornata dei Genitori del Seminarista” nacque con il fine precipuo di rinsaldare sempre più i vincoli fra l’Istituto e le famiglie dei giovani allievi; con la celebrazione di funzioni religiose, Via Crucis ed altre ricorrenze festive di risonanza popolare presso le varie comunità diocesane e che i seminaristi animavano con i loro fervorini, uscendo dagli ambiti tradizionali ed istituzionali, il Seminario veniva proiettato direttamente nelle realtà ecclesiali della Diocesi. Ed in tale contesto Don Peppino si prodigò per il potenziamento e la divulgazione dell’ OPERA DIOCESANA per Le Vocazioni Ecclesiastiche.

Negli anni del Suo ministero a Squillace svolge vari incarichi diocesani come stretto collaboratore dell’Arcivescovo Mons. Armando Fares che per vari anni Lo nomina amministratore straordinario del Santuario dei Santi Cosma e Damiano in Riace.

Nel 1964 viene nominato Arciprete di Gasperina e vi rimane sino a quando il 1966 viene chiamato a reggere la Parrocchia di Santa Maria di Porto Salvo di Catanzaro Lido dove dopo una lunga e proficua  ” cura “ della città conclude la Sua missione sacerdotale. 

Durante l’arco temporale della Sua missione vi furono periodi difficili, di tensioni sociali che spesso sfociavano in aspre polemiche, facile terreno per tentazioni di scelte di carattere manicheo. Don Peppino non assunse mai posizioni radicali e fedele interprete del messaggio giovanneo mantenne con tutti rapporti di amicizia, di amore e soprattutto di comprensione, e il rispetto, la stima, l’autorevolezza, di cui godette presso le comunità ove fu chiamato ad operare, furono sinceri ed unanimi.

   Che Don Peppino sia stato una persona ragguardevole, stimata, tenuta in considerazione si ebbe ulteriore prova alla celebrazione delle Sue Esequie. Quel pomeriggio d’inizio febbraio dello scorso anno si ebbe l’impressione che la Curia Episcopale di Catanzaro-Squillace si fosse trasferita nella piccola cittadina dell’entroterra catanzarese. Ad Amaroni convennero l’Arcivescovo Mons. A. Ciliberti, attualmente al governo dell’Arcidiocesi, e Mons. A. Cantisani, Arcivescovo Emerito, e tanti e tanti sacerdoti, parroci provenienti dai vari centri della provincia. Non fu di meno la società civile della quale furono notate varie rappresentanze e delegazioni provenienti – per citarne alcune – da Catanzaro Lido, Squillace, Gasperina, Girifalco, Borgia ecc., tutti e tutte a rendere doveroso e riconoscente omaggio alla memoria dell’Estinto e ad esprimere i sentimenti di solidarietà alla famiglia.

Da queste colonne rinnoviamo alle sorelle, ai fratelli, ai parenti tutti le nostre condoglianze assicurando Loro che di Don Peppino serbiamo un bel ricordo e che sarà sempre presente nelle nostre preghiere!

La Chiesa di Santa Domenica

In fondo a Via F.lli Bandiera sorgeva una Chiesetta dedicata a Santa Domenica, la Santa che durante la persecuzione di Diocleziano subì il martirio a Nicomedia, l’attuale città turca di Izmit. Dell’edificio di culto oggi non si rinviene traccia.Unica testimonianza è data da una nicchia con l’immagine della Santa, incassata nella parete esterna di un’ abitazione, che secondo la tradizione faceva parte della chiesetta. La Santa, il cui culto fu introdotto durante il periodo greco-bizantino, godeva nel passato di  particolare venerazione. Nell’onomastica locale, infatti, il nome della Martire di Nicomedia ricorreva con frequenza sia nella forma completa, Domenica, sia in quella abbreviata, Minica, tratta dal corrispondente latino (Do) Minica. Con ogni probabilità la Chiesetta fu distrutta da eventi di cui non conosciamo la natura e in epoca anteriore ai disastrosi sismi verificatisi nel 1638 e nel 1783. Nelle Relazioni ad Limina precedenti ai predetti disastrosi eventi viene indicato un numero di chiese tale da indurci a ritenere non inclusa nel novero delle predette quella di Santa Domenica. La circostanza risulta confermata dalle cronache dell’epoca nelle quali non troviamo alcun riferimento relativo alla Chiesetta di Santa Domenica. Lutius de Urso nella sua cronaca riferisce  che nel 1638 a Girifalco ” la terra si fracassò e particolarmente una torre altissima di fabrica assai antica; in una delle due parti della Terra si è spezzato il monte e fatta apertura e molti cittadini hanno fatto le case in altro luogo…in questo 27 marzo rovinò con la morte di 50 persone ordinarie.” Ancora. Nella “Lista di carico” che all’indomani del terremoto del 1783 fu redatta per conto della Cassa Sacra leggiamo, infatti, che ” la Chiesa è diruta da fondamento senza materiale di sorta“. E’ vero che per favorire la ricostruzione delle abitazioni private fu impedito che alcuni edifici  di culto venissero riedificati, ma è inverosimile che con tanta sollecitudine si sia fatto uso, da parte dei privati, del materiale che sarebbe appartenuto alla Chiesetta di Santa Domenica, posto che fosse stata distrutta dal terremoto del 1783.Certamente le condizioni economiche del tempo, aggravate dalle conseguenze del disastroso sisma, non favorirono una sollecita ripresa. A riprova della nostra tesi vi è, ancora, il verbale che con dovizia di particolari, subito dopo il terremoto, redasse l’Arciprete Bova. Nel documento la Chiesetta di Santa Domenica non viene affatto menzionata. Perchè i lettori ne prendano diretta visione, riportiamo quanto abbiamo letto presso l’Archivio di Stato di Catanzaro ( pag. 497):

“II^ da Fabriche”

Cappella di Santa Domenica

Luogo di casa diruta

Nel disimpegno si dice che questa cappella possiede un luogo di casa diruta dal tremuoto che solleasi affitare 6 annui ducati.

Chiesa di Santa Domenica

La detta Chiesa nella descrizione delle fabriche dei Luoghi pii di Girifalco, fatta per ordine della Giunta da D. Gaetano Cannatelli così si descrive.

“Chiesa di Santa Domenica. E’ diruta parimenti da fondamento senza materiale di sorta alcuna lunga palmi 40, e lunga palmi 20 .”

Da quanto sopra esposto si evince che la Chiesa di Santa Domenica sia realmente esistita, ma non conosciamo l’epoca in cui fu rasa al suolo.

Pubblicazioni e Fonti di riferimento

-Lutius de Urso in Luoghi Sismici di Calabria di G. Boca (pag. 218);

-Progetto di Educazione Ambientale -Scuola Materna ed Elementare di Girifalco- A.S. 1995/96;

-Pagine Bianche Giugno 2001;

-Relazioni ad Limina dei Vescovi della Diocesi di Squillace (Archivio Segreto Vaticano);

-Verbale redatto dall’Arciprete Bova all’indomani del sisma del 1783 (Archivio Parrocchiale di  Girifalco);

-Lista di Carico riferita al sisma del 1783 (Archivio di Stato di Catanzaro).

Domenica 25 Aprile 2010 alle prime luci dell’alba il carissimo ed amatissimo dottore Salvatore Pacileo ci ha lasciati! Una malattia, che sin dall’inizio del suo apparire si mostrò ribelle a tutti i ritrovati della Scienza andando manifestandosi giorno dopo giorno nella sua implacabile recrudescenza, da un quinquennio lo aveva inchiodato a letto. Tutte le volte che ci siamo trovati in Piazza Umberto I° ed abbiamo alzato gli occhi a quel balcone abbiamo provato una forte fitta al cuore pensando al dramma umano che andava svolgendosi dietro quelle imposte socchiuse!Le sofferenze chiamato a sopportare gli valgano dinnanzi al Buon Dio quale catarsi redentrice dell’umana fragilità di cui ciascuno di noi è portatore! In paese, anche se il triste evento era più che temuto, la sua dipartita è stata motivo di profonda commozione e perchè ciascuno è andato con il pensiero alle sofferenze patite e per il personaggio in se stesso. Che il dott.Pacileo sia stato una persona rispettabilissima e molto stimata si è avuta la prova alla celebrazione delle sue esequie, una folla di estimatori, conoscenti ed amici sia del luogo sia accorsi dai paesi viciniori gremiva Piazza Umberto I° in attesa che avessero termine le esequie in chiesa e potesse porgere, quindi, l’estremo saluto alla salma ed esprimere alla famiglia – sorelle, fratello, cognati, nipoti e parenti tutti – le più sentite condoglianze.

Durante la difficile e dolorosa ultima fase della sua esistenza innumerevoli sono stati coloro che si sono portati da lui per manifestargli la loro vicinanza. E lui accoglieva tutti con la sua abituale e nota serenità, bonarietà, cordialità! Le volte – poche in verità e sinceramente ce ne rammarichiamo- che siamo andati a manifestargli la nostra premura, non solo quella nostra, i nostri occhi fissandosi a vicenda brillavano e i nostri cuori si inondavano di vaga tristezza!

Quanto e come avremmo desiderato essere dotati dell’estro poetico e quindi far sì che la nostra Musa si sciogliesse in un canto inneggiante alla signorilità, alla cordialità, alla bontà, alla dirittura morale, chi più ne ha ne metta!, tutte qualità personali che il dott. Pacileo assommava in sé! Pura retorica la nostra? Niente affatto! Di certo non la ritengono tale tutti coloro che l’hanno conosciuto ed hanno avuto modo di apprezzare le sue squisite ed ottime qualità morali.

Il dottore Pacileo era un vero signore, dotato di modi gentili con i quali si poneva con tutti, senza alcuna distinzione. Il suo modo di agire, di fare non era esteriorità, o apparenza, era il suo modus vivendi ed era spontaneo e sincero. Era una persona di parola e per questo ispirava fiducia e simpatia. In paese godeva della massima considerazione, prova ne siano i molti e molti giovani che lo hanno scelto quale loro padrino nel ricevere il Sacramento della Cresima e ancora i molti neonati tenuti da lui al Fonte battesimale. Nel dottore Pacileo si vedeva un modello di dirittura morale! L’occasionale visitatore del nostro sito nel leggerci potrebbe essere indotto ad immaginare un personaggio su di un piedistallo intorno al quale ci si girava, niente di tutto questo! Il dottore Pacileo era una persona socievole e…democratica. Persiste dinnanzi ai nostri occhi la sua gioviale figura, sempre di buon umore. Si accompagnava con tutti, fossero giovani o non, titolati o illetterati, professionisti o artigiani, trattava tutti con la medesima cordialità. Sembra di vederlo nel bar, luogo d’incontro d’altri tempi, a farsi la partita a briscola, passatempi di una volta, con il primo avventore che trovava o che sopraggiungeva nel locale.

Si era specializzato in Psichiatria ed aveva conseguito il Diploma Universitario di Direzione Tecnica-ospedaliera. Svolse per circa un quarantennio la sua attività professionale di psichiatra nell’ex OPP( Ospedale Psichiatrico Provinciale) di Girifalco e percorse tutti gli stadi della carriera sino ad essere incaricato della direzione del nosocomio. Le teorie di Basaglia sfociate nella “180″ non lo colsero di sorpresa. Sin dal suo ingresso nell’ex Psichiatrico aveva instaurato con i ricoverati a lui affidati un rapporto di cordialità, di amicizia e soprattutto di fiducia. Le sue apparizioni nei reparti dell’ospedale venivano accolte dai degenti con evidenti manifestazioni di gioia. Il dottore Pacileo si intratteneva in mezzo a loro, amico fra amici, li ascoltava, dialogava e nel frattempo condivideva con loro il piacere di una sigaretta che lui stesso offriva, ma ogni tanto non disdegnava di sfilarla dal pacchetto che il ricoverato con insistenza gli porgeva.

Fu un professionista che tenne alto il nome di Girifalco. La fama di bravo psichiatra ben presto si diffuse. Il suo studio di Girifalco era meta di pazienti provenienti da paesi anche molto lontani. Ebbe un’attività professionale molto intensa con il suo studio a Crotone, le consulenze a Villa Puca e all’ ex Sanatorio di Chiaravalle Centrale.

Sino a quando le disposizioni legislative vigenti glielo consentirono esercitò la professione libera quale medico di base riscuotendo consensi, stima e fiducia. Il suo studio privato, infatti, era meta di pazienti che si portavano da lui come se andassero dallo specialista. E svolse tale attività, di medico generico, all’insegna del servizio, infatti, non è stata mai notata in lui ombra di venalità, anzi spesso, principalmente nei casi di bisogno, forniva ai pazienti i farmaci necessari.

Da queste colonne rinnoviamo a tutti i familiari le nostre più vive e sentite condoglianze facendo presente che il loro amatissimo congiunto, della cui amicizia ci siamo sentiti sempre onorati da contrarre con il Sacramento della Confermazione la parentela spirituale, continuerà ad essere nel nostro cuore, nella nostra memoria, nelle nostre preghiere.

Domenica 25 Aprile 2010 alle prime luci dell’alba il carissimo ed amatissimo dottore Salvatore Pacileo ci ha lasciati! Una malattia, che sin dall’inizio del suo apparire si mostrò ribelle a tutti i ritrovati della Scienza andando manifestandosi giorno dopo giorno nella sua implacabile recrudescenza, da un quinquennio lo aveva inchiodato a letto. Tutte le volte che ci siamo trovati in Piazza Umberto I° ed abbiamo alzato gli occhi a quel balcone abbiamo provato una forte fitta al cuore pensando al dramma umano che andava svolgendosi dietro quelle imposte socchiuse!Le sofferenze chiamato a sopportare gli valgano dinnanzi al Buon Dio quale catarsi redentrice dell’umana fragilità di cui ciascuno di noi è portatore! In paese, anche se il triste evento era più che temuto, la sua dipartita è stata motivo di profonda commozione e perchè ciascuno è andato con il pensiero alle sofferenze patite e per il personaggio in se stesso. Che il dott.Pacileo sia stato una persona rispettabilissima e molto stimata si è avuta la prova alla celebrazione delle sue esequie, una folla di estimatori, conoscenti ed amici sia del luogo sia accorsi dai paesi viciniori gremiva Piazza Umberto I° in attesa che avessero termine le esequie in chiesa e potesse porgere, quindi, l’estremo saluto alla salma ed esprimere alla famiglia – sorelle, fratello, cognati, nipoti e parenti tutti – le più sentite condoglianze.

Durante la difficile e dolorosa ultima fase della sua esistenza innumerevoli sono stati coloro che si sono portati da lui per manifestargli la loro vicinanza. E lui accoglieva tutti con la sua abituale e nota serenità, bonarietà, cordialità! Le volte – poche in verità e sinceramente ce ne rammarichiamo- che siamo andati a manifestargli la nostra premura, non solo quella nostra, i nostri occhi fissandosi a vicenda brillavano e i nostri cuori si inondavano di vaga tristezza!

Quanto e come avremmo desiderato essere dotati dell’estro poetico e quindi far sì che la nostra Musa si sciogliesse in un canto inneggiante alla signorilità, alla cordialità, alla bontà, alla dirittura morale, chi più ne ha ne metta!, tutte qualità personali che il dott. Pacileo assommava in sé! Pura retorica la nostra? Niente affatto! Di certo non la ritengono tale tutti coloro che l’hanno conosciuto ed hanno avuto modo di apprezzare le sue squisite ed ottime qualità morali.

Il dottore Pacileo era un vero signore, dotato di modi gentili con i quali si poneva con tutti, senza alcuna distinzione. Il suo modo di agire, di fare non era esteriorità, o apparenza, era il suo modus vivendi ed era spontaneo e sincero. Era una persona di parola e per questo ispirava fiducia e simpatia. In paese godeva della massima considerazione, prova ne siano i molti e molti giovani che lo hanno scelto quale loro padrino nel ricevere il Sacramento della Cresima e ancora i molti neonati tenuti da lui al Fonte battesimale. Nel dottore Pacileo si vedeva un modello di dirittura morale! L’occasionale visitatore del nostro sito nel leggerci potrebbe essere indotto ad immaginare un personaggio su di un piedistallo intorno al quale ci si girava, niente di tutto questo! Il dottore Pacileo era una persona socievole e…democratica. Persiste dinnanzi ai nostri occhi la sua gioviale figura, sempre di buon umore. Si accompagnava con tutti, fossero giovani o non, titolati o illetterati, professionisti o artigiani, trattava tutti con la medesima cordialità. Sembra di vederlo nel bar, luogo d’incontro d’altri tempi, a farsi la partita a briscola, passatempi di una volta, con il primo avventore che trovava o che sopraggiungeva nel locale.

Si era specializzato in Psichiatria ed aveva conseguito il Diploma Universitario di Direzione Tecnica-ospedaliera. Svolse per circa un quarantennio la sua attività professionale di psichiatra nell’ex OPP( Ospedale Psichiatrico Provinciale) di Girifalco e percorse tutti gli stadi della carriera sino ad essere incaricato della direzione del nosocomio. Le teorie di Basaglia sfociate nella “180″ non lo colsero di sorpresa. Sin dal suo ingresso nell’ex Psichiatrico aveva instaurato con i ricoverati a lui affidati un rapporto di cordialità, di amicizia e soprattutto di fiducia. Le sue apparizioni nei reparti dell’ospedale venivano accolte dai degenti con evidenti manifestazioni di gioia. Il dottore Pacileo si intratteneva in mezzo a loro, amico fra amici, li ascoltava, dialogava e nel frattempo condivideva con loro il piacere di una sigaretta che lui stesso offriva, ma ogni tanto non disdegnava di sfilarla dal pacchetto che il ricoverato con insistenza gli porgeva.

Fu un professionista che tenne alto il nome di Girifalco. La fama di bravo psichiatra ben presto si diffuse. Il suo studio di Girifalco era meta di pazienti provenienti da paesi anche molto lontani. Ebbe un’attività professionale molto intensa con il suo studio a Crotone, le consulenze a Villa Puca e all’ ex Sanatorio di Chiaravalle Centrale.

Sino a quando le disposizioni legislative vigenti glielo consentirono esercitò la professione libera quale medico di base riscuotendo consensi, stima e fiducia. Il suo studio privato, infatti, era meta di pazienti che si portavano da lui come se andassero dallo specialista. E svolse tale attività, di medico generico, all’insegna del servizio, infatti, non è stata mai notata in lui ombra di venalità, anzi spesso, principalmente nei casi di bisogno, forniva ai pazienti i farmaci necessari.

Da queste colonne rinnoviamo a tutti i familiari le nostre più vive e sentite condoglianze facendo presente che il loro amatissimo congiunto, della cui amicizia ci siamo sentiti sempre onorati da contrarre con il Sacramento della Confermazione la parentela spirituale, continuerà ad essere nel nostro cuore, nella nostra memoria, nelle nostre preghiere.

TeresinaEra un freddo pomeriggio di fine gennaio, per la cronaca il 22 gennaio 2010, un corteo, che andava infittendosi man mano che avanzava, si snodava per il Corso principale di Jacurso e mestamente si dirigeva verso la Chiesa Parrocchiale di San Sebastiano.

L’ ignaro automobilista che a quell’ora si è trovato a transitare per la SP, che in quel punto coincide con l’arteria della cittadina, subito dopo il disappunto iniziale per l’imprevisto e obbligato rallentamento nel suo andare provò meraviglia per quell’ assembramento di folla che gli si parava dinnanzi. Certamente ha dovuto pensare che si trattasse di un funerale, di esequie – si fa per dire – delle grandi occasioni! “Sarà stata una persona titolata, addottorata, una persona che godette in vita di autorevolezza presso i suoi concittadini!?!”

Si accompagnava all’estrema dimora Teresina Soverati. In vita non ebbe la fortuna di vantare titoli accademici. Ai suoi tempi non facilmente si andava avanti negli studi. A Iacurso, all’epoca, non vi erano tutte le classi della Scuola Elementare, che si concludeva con la frequenza della terza classe. Per conseguire la Licenza Elementare si dovevano frequentare le Scuole di Maida. Forte, però, era in lei il desiderio di apprendere e ciò che le era stato vietato, impedito in età scolare lo conseguì da adulta. Frequentò con encomiabile profitto tutti i Corsi che negli anni ’60 e ’70 furono istituiti a Jacurso, Corso di Scuola Popolare, Corso di Richiamo Scolastico, Corso di Cultura Popolare.

Se autorevolezza vuol dire credito e stima, Teresina Soverati era, sì, una persona autorevole presso i suoi compaesani. Era, infatti, un’artigiana stimata e come tale era tenuta in considerazione.

Era la primogenita di quattro sorelle e un fratello – la stessa Teresina, Giovanna, Elia Angela e Maria – rimaste nel tempo in tre sorelle, essendo Elia e Maria scomparsi rispettivamente nel 1954 e nel 1989. Abitavano con i genitori a la “Citatella” , al Timpone, la parte più alta dell’abitato, da dove, come da un balcone, il paesetto si affaccia sull’Istmo di Catanzaro.

La casa di mastro Peppa d’ Elia, il papà, alla “Citatella“, era un …porto di mare: le giovani sorelle Soverati cucivano, tessevano, impartivano lezioni private; mastro Peppa normalmente esercitava il mestiere di calzolaio, però, un giorno la settimana assumeva le vesti del barbiere, alla bisogna faceva il conciapelli e all’occorrenza non disdegnava di recarsi nei poderi di sua proprietà per i consueti lavori agricoli. Dalla casa delle sorelle Soverati era un andirivieni di gente. Questo era e fu il contesto nel quale la Nostra passò la giovinezza, tenore di vita che mantenne anche da sposata. Al matrimonio pervenne piuttosto tardi che presto, non perchè le mancarono le buone occasioni. Anzi. Teresina per la sua serietà e la sua laboriosità era un “partito” appetibile e molti furono i pretetendenti. Era molto difficile nella scelta. Infine la condusse all’altare l’ottimo Micuzzo Giliberti, al pari di Teresina laborioso, leale e sincero. La loro unione all’inizio sembrò che venisse allietata dal sorriso di bimbi, ma fu un sogno, una vana speranza ben presto concretizzatisi nella fugace apparizione di un angioletto desioso di tornare là da dove era venuto!

In paese era molto stimata ed era conosciuta quale ” la maìstra ” per antonomasia. E sì, a ragione. Teresina Soverati, o come pure era indicata con il patronimico Teresina de mastro Peppa d’ Elia, a ragione era detta la maìstra, cuciva perfino vestiti da sposa e la mattina della cerimonia nuziale aggiustava le spose. All’epoca i ricevimenti nuziali avvenivano in casa e a Teresina ricorrevano per la confezione dei dolci e dei liquori. A lei per la sua esperienza in merito si rivolgevano i genitori delle ragazze che stavano per sposarsi perchè fossero consigliati nella scelta e nella compera di tutto ciò che occorresse per la celebrazione del matrimonio, anche nella compera e nella scelta degli “ori”! Con Teresina Soverati è scomparsa una delle ultime rapprtesentanti di un’ epoca!

Sintomatico quanto in chiave anedottica si raccontava di Teresina: mamma e papà una mattina di inizio Luglio andarono alla “Trebbia” non senza aver prima raccomandato a Teresina, al tempo appena dodicenne, di non portare fuori la sorellina nata da giorni e perchè ancora non si era provveduto a farle una vestina. A la Cona, punto d’incontro e di riferimento del piccolo centro, si festeggiava e Teresina voleva andarci, ma non poteva lasciare incustodita in casa la sorellina. Cosa fa Teresina? Prende una sua veste e trovate un paio di forbici taglia e ritaglia, scuce, appunta e cuce, modella e rimodella e alla fine ne tira fuori una bella vestina e tutta giuliva e soddisfatta con la sorellina in braccio parte alla volta della Cona.

Cosa dire, cosa ricordare! Quante immagini, quante vicende di vita vissuta si squadernano nella nostra mente a mo’ di filmato! Tutte tacite testimonianze, che teniamo segrete nei nostri cuori e fisse nelle nostre menti, delle sue qualità di donna intelligente, operosa e sempre disponibile a rendersi utile con tutti.

Nei due giorni di veglia della sua salma fu un continuo viavai di estimatori e non vi fu persona che non avesse qualcosa da ricordare!

Una funzione religiosa d’altri tempi

Sul numero del mese di Aprile 2007 della Rivista National Geografic Italia abbiamo letto un articolo sui riti che si celebrano durante la Settimana Santa a Sessa Aurunca in provincia di Caserta e del quale riportiamo un passo, quello iniziale:

” E’ la sera del Mercoledì Santo. Nella Chiesa di San Giovanni a Villa, a Sessa Aurunca, i membri dell’Arciconfraternita del Santissimo Crocefisso sono riuniti per uno dei riti più importanti della Settimana Santa. Vestiti dell’abito rituale, un saio nero, i confratelli recitano brani tratti dalle Lamentazioni di Geremia e da San Paolo, intervallati con il Mattutino e diverse Laudi. Di fronte all’altare è posta la Saetta, un candelabro dalla forma simile ad una freccia, su cui brillano quindici candele. Dopo ogni cantico, accompagnato dal suono dell’harmonium, viene spenta una candela. Quando ne rimane accesa una sola, l’officiante prende la Saetta e la nasconde dietro l’altare. La chiesa rimane nel buio più completo, ed è allora che inizia il “terremoto” : tutti i presenti iniziano a battere piedi e mani sui banchi. Le tenebre e il frastuono simboleggiano il caos e il dolore scesi sulla Terra dopo la morte di Gesù. Ma ecco che la candela riappare da dietro l’altare, e il terremoto cessa: è la luce del Cristo, che non si spegnerà mai…”.

Proponiamo agli occasionali visitatori del sito lo stralcio del predetto articolo perchè analoga funzione religiosa veniva svolta anche nella nostra Chiesa Matrice. Come si sa, in forza delle disposizioni del Concilio Vaticano II molti riti sono stati depennati dalla liturgia ecclesiastica. Il rito di Sessa Aurunca veniva, sì, celebrato anche da noi, però, con delle varianti e con alcune connotazioni, diciamo, folcloristiche.”Le Tenebre”, così come era detta la funzione religiosa, venivano celebrate nelle ore vespertine dei primi tre giorni della Settimana Santa, lunedì, martedì e mercoledì. Sul presbiterio e di fronte all’altare veniva sistemato un grande candelabro di legno a forma di triangolo con quindici candele accese, di cui una, quella posta al centro, era bianca. A sinistra sedevano gli officianti, ricordiamo l’Arciprete Don Ciccio Palaia, Don Peppino Palaia e Don Bonaventura Autelitano, a destra vi era l’harmonium al quale nel tempo si avvicendarono gli organisti Rocco Palaia, Ciccio Chiera e Peppino Loprete. Sui banchi del coro, sistemato lungo i lati dell’abside, sedevano i cantori tra i quali il Chierico Don Ciccio Palaia, che pur non ordinato sacerdote, perchè costretto a lasciare gli studi essendo improvvisamente divenuto non vedente, non aveva dismesso l’abito talare ed era accolto dai sacerdoti della Parrocchia nella  loro colleggiata, infatti, anche se non poteva concelebrare, partecipava a tutte le funzioni quale “confratello religioso” . Iniziavano i canti e ad ogni fase della funzione  veniva spenta una candela sino a quando non fosse rimasta quella centrale, la bianca, che veniva portata in sagrestia, ubicata, allora, dietro l’altare, che in seguito demolito fu sostituito dall’attuale “mensa”. A questo punto veniva intonato il Miserere. Al termine del canto del Salmo di David l’Arciprete dava dei colpetti sul libro dei canti che teneva in mano. Era il segnale al sacrista o a chi per lui perchè si facesse sulla porta della sagrestia con in mano la candela accesa, quella bianca. Con quell’atto veniva fatta memoria di quanto avvenne quando Gesù spirò sulla Croce.L’Evangelista Matteo ci tramanda: “…dall’ora sesta fino all’ora nona si fece buio sulla Terra…il velo del tempio di Gerusalemme si squarciò da cima a fondo, la terra tremò, e le rocce si spaccarono…(Mt 27,47-51)”.Quello che avveniva nella Chiesa Matrice era tutt’ altro da una finzione simbolica ordinata, composta, contenuta entro i limiti della decenza. Sembrava che non tutti avessero coscienza del “mistero” a cui la funzione e la finzione erano riferite. Appena da dietro la sagrestia appariva la candela accesa, si scatenava…il finimondo. Ciascuno dei presenti, come poteva e a suo modo, si adoperava a fare rumore. Il frastuono, però,  proveniva dal  fondo della Chiesa. Nella parte dove di solito stazionavano gli uomini, al di qua delle transenne che delimitavano lo spazio occupato dalle donne, in fondo alla navata, infatti, venivano escogitati modi e mezzi per fare rumore. Il grande portale interno per i colpi ricevuti si spalancava di botto con assordante fragore e stridore dei saliscendi, si batteva sulle suppellettili e dall’alto della vecchia scala di legno per il campanile non di rado si lasciavano rotolare grossi massi di pietra. Terminava, così, la funzione delle “Tenebre”. Invano l’Arciprete Palaia richiamava i più scalmanati alla valenza della funzione religiosa e del conseguente atto simbolico e raccomamdava moderazione e decenza. A noi giovani di una volta gli anziani raccontavano che il predecessore di Don Ciccio Palaia, l’Arciprete Don Raffaele Lentini, prima che venisse dato il via alla finzione simbolica, munito di un nodoso virgulto, scendeva dall’altare e si portava in fondo alla Chiesa per tenere a bada i più scalmanati.